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Dino Campana: Acqua di mare amaro


Le due liriche « La dolce Lombardia coi suoi giardini » e « Sorga la larva di antico sogno » sono state ritrovate nella casa di Marradi, « oltre a qualche breve frammento ed a qualche superato rifacimento ».

Non avendo potuto esaminarne gli originali (« sono particolarmente chiari anche nella scrittura, per quanto scritti su carta in parte già usata (su di una facciata) per note e conti della nativa piccola azienda familiare »), nelle due edizioni del '42 e del '52 le abbiamo pubblicate se­condo la lezione trasmessaci dal fratello Manlio.

Ma le osservazioni contenute in una nota di Raul Capra (nel Corriere di Novara del 31 dicembre 1959), a ri­guardo del quattordicesimo verso di « La dolce Lombardia coi suoi giardini», ci hanno consigliato, per la loro fonda­tezza, a mutare « Forra » in « Torre », restituendo così l'intero componimento alla sua più intima verità geografica artistica e biografica.

Le osservazioni del Capra portano inoltre a concludere che la lirica si riferisce a Novara, dove, nel settembre 1917, il poeta, perché trovato privo di documenti, fu rinchiuso e trattenuto in carcere, finché non giunse a riscattarlo l'Aleramo, da lui invocata nel telegramma del 12: «Arrestato a Novara vieni a ve­dermi». Cfr. Campana-Aleramo : Lettere, 143; Aleramo: II passaggio (Bemporad, 1921), 178-180. Di conseguenza la lirica è forse « una delle ultime, se non l'ultima, ad es­sere stata scritta dal poeta prima d'essere definitivamente travolto dalla follia.

Infatti l'accenno alla prigione sembra necessariamente doversi riferire all'esperienza del poeta», che il 28 gennaio 1918 fu internato per sempre nel mani­comio di Castel Pulci. (Su Novara e la sua cupola in una poesia di D. C. cfr. anche V. Leigheb: Realtà nuova, no­vembre 1956.)

 

da: Emilio Falqui, " Per una cronistoria dei Canti orfici ", Vallecchi, Firenze 1960, pgg. 101-102.


Da Taccuini, Abbozzi e Carte varie

 

SORGA LA LARVA DI ANTICO SOGNO . . .

Sorga la larva di antico sogno

Dai confini del nulla ed a quel sogno

Tutto il mio tardo cuore, è incatenato.

Sventoli, contro il vento

Battagli: i cigli lungi

Traenti in arco tendi

Sotto il morione nero

Che una penna commenta . . .

Ridente in grazia ovale

Più fine del velluto

Incedi ingenua ardita

Agile come vela

Nel vento sui sassi di Prè.

Nel vento che ti ha presa

I lunghi passi accelera:

Nel vento di scirocco

In strana serenata

Udrai forse novella

Questa notte dal mare:

Supina sul tuo letto

Pensare nel languore

Catastrofi lontane

Mentre colle sue antenne

E le sue luci un grande

Cimitero il tuo porto

Ti sembri e ti spaventi

Il naufragio e l’amore.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ne la notte voluttuosa

Scuotevasi il mare profondo

Caldo ambiguo il silenzio sullo sfondo

Le navi inermi drizzavansi in balzi

Terrifici al cielo

Allucinate di aurora

Elettrica inumana, risplendente

A la poppa ne l’occhio incandescente.

Un passo solitario

Un’ombra di un’ombra sui quais:

La cittá giace sepolta

Ne la luce uniforme fiammeggiante

E le navi angosciate

Mi suadono all’ultima avventura

Ne la notte di Giugno

Vasta terribile e pura . . .

Acqua di mare amaro

Che esali ne la notte

Verso le eterne rotte

Il mio destin prepara:

Mare che batti come un cuore stanco

Violentato da la voglia atroce

Dell’Essere insaziato che s’inquieta

E si quieta ne la forza sola . . .

Mi sperda con te o nave,

Nave che soffri e vegli

Coll’occhio disumano

E al destino lontano

Sempre sopra del vano

Ondeggiare tu pensi

Cose chiusi il mio patto

Ne la notte serena

Su l’inquieta piena

Tomba enorme del mare.


 

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