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Silvio Ramat: L'opera del vento, di Maura del Serra

Da: IL PORTOLANO - N. 53-54-55

La redazione ringrazia Antonio Pagliai, editore de Il Portolano, per averci permesso la pubblicazione di questo articolo, che vede protagonisti due studiosi di Dino Campana: Silvio Ramat e Maura del Serra

   Non è da oggi che conosco e apprezzo la poesia di Maura Del Serra, e attraverso questo libro mi rendo conto che è giusto testimoniare della centralità di questa poesia all’interno del Novecento e di quel poco del nuovo secolo che ab­biamo finora sperimentato, anche per testimoniare di una neces­sità che avvertiamo in molti ma che purtroppo non siamo capaci di far valere con energia, cioè di rimescolare un po’ le carte, di modificare le gerarchie: quelli che conoscono la poesia di Mau­ra Del Serra la considerano molto importante: ma quando andia­mo a contare quanti la conoscono, in realtà la conoscono in po­chi, e speriamo che il fatto di essere uscita in una collana impor­tante presso un editore importante (che incidentalmente mi ral­legro essere stato un paio di volte anche il mio) modifichi la si­tuazione. Ma non ci facciamo illusioni, e poi sono discorsi che possono parere mossi da rivendicazioni personali, anche se non lo sono: insomma, la poesia è gestita da un cenacolo abbastanza ristretto di persone che impongono certi valori effettivi o presunti, e perciò, mentre sembrava difficile poter recuperare qualche gran­dezza misconosciuta negli anni ’30 e ’40, oggi - sarà perché tut­ti apparentemente sanno leggere e scrivere - la gestione degli onori della cronaca è affidata a pochi, e le cose vanno come van­no. Ma adesso bando a queste lamentazioni, perché qui abbiamo di fronte un libro molto importante.

Mi chiedevo perché il titolo L’opera del vento: siccome mi picco di avere buona memoria dei poeti che conosco, mi chiedevo: “Cosa fa il vento?”; per esempio in Vittorio Sereni prigioniero in Algeria il vento “fa musiche biz­zarre”; in Montale il vento di settentrione “rende care le catene” e “suggella le spore del possibile”; in Luzi il vento di primavera “irrita i colori, stranisce l’erba e il glicine”. Ho rammentato poe­ti italiani, e potrei citare la famosa ode di Shelley al vento d’Occidente: però sarebbe limitare ad una tradizione occidentale que­sto libro che ha un ventaglio di riferimenti alle spalle (anzi da­vanti, perché il passato si proietta davanti a noi) molto più vasto, un ventaglio di scienza e di sapienza di cui è pieno, ma è scien­za e sapienza fatta musica, fatta ritmo. Tutto quello che mi sono annotato, e che riguarda le forme di questa poesia, le sue costanti, a volte perfino le sue manie, ha un valore in quanto trova uno sbocco nella musica e nel ritmo del testo. Questo è un libro che “si ricarica” ad ogni stazione, cioè che non perde colpi. Perfino in una delle poesie giovanili inedite, una del “mazzolino” degli anni ’60, Estate 1964, e poi nelle otto raccolte già uscite a suo tempo come tali, in un anticipo di una raccolta futura e in una del­le poesie giovanili, Arco che è eponima della prima raccolta, do­mina il gioco delle rime, la tendenza a rendere concetti le imma­gini e immagini i concetti, questa bella reciprocità e, nei casi mi­gliori, fusione fra l’elemento concettuale (che è sempre fortissi­mo in Maura Del Serra) e l’elemento figurale che è necessario perché la poesia non diventi greve e faticosa. Qui abbiamo degli elementi molto belli che poi, modificandosi ma senza stacco de­ciso, ritroveremo attraverso i futuri decenni: “Lunga brina d’esilio arma la mente / contro il trepido voto che fu nostro, se tuo / fu il tempo della sfera (acqua di sole / Nel sole d’acqua indivisibil­mente, / e polline di forme / a ogni curva del vento traversavi). / Eventi di rugiada per quel tempo / già il suo posarsi avvera.” Sono elementi che potrebbero far sospettare addirittura un concettismo (e non solo la forte concettualità tipica di questa poesia). Suc­cessivamente vediamo come tutto questo si riproduca e si accre­sca, ripeto, senza perdere un colpo, con grande ricchezza e coe­renza, dal principio all’ultima sezione del libro, che si chiama Congiunzioni e che è l’anticipazione di una prossima raccolta che suppongo, dopo aver fatto respirare questo librone, darà luogo a un altro libretto, e poi via via, fino a che il Cielo assisterà (e noi siamo sicuri che assisterà a lungo).   Questo libro si arma dell’esistenza di tanti libri del passato; questo libro ha i suoi protettori, i suoi interlocutori e dedicatari molteplici, e si potrebbero riempire alcune pagine semplicemen­te isolando gli autori dai quali viene la citazione diretta: c’è San Giovanni Evangelista, c’è Sant’Agostino, c’è Angelo Silesio, San Juan de la Cruz … e poi ci sono gli interlocutori che a volte parlano in prima persona: all’inizio troviamo Cristina Campo, questo personaggio diventato immediatamente leggendario nel­la cultura italiana (io non l’ho conosciuta, ho conosciuto perso­ne che l’hanno incontrata e che ne raccontano mirabilia); e poi c’è la Yourcenar, c’è Jacopone, Elias Canetti, Borges, Betocchi, c’è naturalmente la Guidacci che è uno spirito fraterno a Maura Del Serra. C’è poi anche il rapporto con la storia delle forme: questo è un libro quasi totalmente rimato, con schemi di rime abbastanza li­beri, ma evidentemente questo chiedere soccorso, questo affidare molte carte della memorabilità della poesia alla rima significa che Maura Del Serra sceglie qualcosa invece di qualcos’altro. Ora, non è vero che il Novecento sia stato il secolo senza rima, anzi recentemente si è addirittura esagerato nel senso del suo ri­pristino e del suo restauro; però questo suo puntare sull’endeca-sillabo, ma anche sul settenario, sul doppio settenario, sul nove­nario e il doppio quinario, con cesure che molte volte non corri­spondono al termine di una parola (enjambements), è molto im­portante a indicare la parte che Maura Del Serra assegna alle tra­dizioni: quando parlo di forme e non di contenuti intendo il mas­simo di concretezza, perché un poeta di professione lo sa, ma an­che molti semplici lettori di poesia possono capirlo e condivider­lo, che nulla è più concreto della forma: “l’opera del vento” sa­goma, il vento dei tempi ha sagomato certe forme che riprendia­mo e a cui noi affidiamo un compito “istituzionale”. Un’altra caratteristica di Maura Del Serra è un piglio animoso: la sua poesia è lirica più che epica, anche nei casi in cui gli even­ti fra cronaca e storia la sollecitano (Per chi scrive il poeta, dopo la bomba del ’93 a Firenze, oppure nel 1989 la caduta del muro di Berlino e la Piazza Tien An Men, oppure il pentito che parla in prima persona di sé, della sua orribile e tragica esperienza di tra­ditore): ma la sua liricità è una lirica del fare. C’è una poesia, im­portante e molto bella, che mi rallegro sia di quelle recenti, dove c’è il settenario come nelle odicine del Settecento (e di altri secoli) che si chiama Fare: e questo fare è un far poesia, affidato alla pa­rola: in questo “far parola” c’è proprio l’energia attiva e operosa che Maura Del Serra attribuisce come necessità alla parola stessa: “Far spazio – dice il vento. / Far luce – dice l’astro. / Far verde – dice il seme, / disfatto firmamento. / Io dico: far parola / sul si­lenzio salmastro, / e far silenzio dove / il tempo romba e vola; / fare nastro di seta la tagliola, / rosa la piaga infetta, / bere nel tem­porale / la goccia benedetta; / far porto, perché giunga / la nave che ci aspetta.” È una poesia concettuale, prescrittiva: “far parola” è dire in una determinata prospettiva, è “far porto”, cioè essere ca­paci di accogliere. E qui si potrebbe aprire un capitoletto su certi motivi religiosi di questa poesia: io mi attribuisco il merito di aver fatto ottenere a Maura Del Serra, anni fa, un premio di poe­sia religiosa, che indegnamente (come si dice sempre) presiedevo: ma quella volta fu una degna scelta: la spiritualità è parte deter­minante e costitutiva di questa poesia, la quale pensa, scrive e fa in grande. Non che Maura Del Serra disdegni l’aneddoto, o di prendere in considerazione qualche fatto di piccola cronaca, o evento minimo (come ad esempio quando parla della piazzetta di Barcellona); ma certamente tutto si può dire di lei fuorché sia un poeta minimalista: quasi se ne vergognerebbe (anche se io ap­prezzo molti poeti minimalisti). Ma nella sua tendenza c’è sempre un andare molto oltre: ad esempio c’è una poesia terribile, deso­lata, L’ombra, dove c’è un ricoverato in una clinica psichiatrica che canta una vecchia canzone sulle rose; anche qui quel caso mi­nimo si è impresso nella memoria che lo cattura con la sua forza di aspirazione, come un aspirapolvere implacabile: “‘Ma le rose non sono più quelle / che fiorirono un giorno per me…!’ / Dispe­rato di melodia s’alzava / dentro l’androne gelido quel canto / nel reparto di neuropsichiatria, contro il vetro / della cella invisibile gettato / (sangue d’antiche madri, petali tutt’intorno) / da quel ri­coverato senza nome, che avvolto / nella sua selva notturna di spi­ne / m’additava il suo angelo terribile al cancello / dell’anima mu­rata, il suo giardino perduto.” Uno degli aspetti solenni di questa solenne poesia è la tenden­za epigrafica: a volte c’è l’epigramma, ma spesso l’epigrafe o ma­gari l’epitaffio o l’autoepitaffio (il defunto, secondo antica tradi­zione, parla di sé ad altri, si racconta) che è una variante di uno de­gli aspetti che mi hanno interessato di questo libro, quello dell’autoritratto: che può essere quello di Maura Del Serra, scherzo­so o serio, quello di un’altra persona, che si presenta, si mostra, perché il rischio della poesia, di oggi come di ieri, è quello di es­sere eccessivamente soggettiva, e il poeta cerca di spossessarsi og­gettivandosi, di parlare attraverso la bocca altrui, di parlare d’altro e d’altri, come risarcimento di un narcisismo che potrebbe es­sere deleterio. Nell’ambito apparentemente più leggero di questa poesia c’è il rilievo dato ai nomi: quello dell’autrice o di certi nomi propri di cui si dice quali sono le forme, a indicare che niente è casuale. Riguardo alle rime di cui dicevo il rilievo e la necessità in questo libro, esse sono dette, ne L’età che non dà ombra, “ca­pricciose formiche della Necessità”: tutti ricordano la nota poe­siola di Montale “le rime sono più noiose / delle dame di San Vin­cenzo” ecc.: qui le rime vengono però invocate, con sperimenta­zioni metriche fondanti. Può esserci la parodia, non comica ma “alla maniera di”: qui con gentilezza si fa un omaggio al vecchio Saba, o si scrivono versi alla maniera di Paul Celan, della Szynborska, di Éluard, in un repertorio completo di scaltrezze che poi si scatenano in de­cine e decine di aggettivi composti: ne ho segnati solo pochi: “al­toraggiante” “puerosenile” (in bisticcio), “fluidosfuggente” “bac­chicoraggiante” “diversoeterna” “vivoaltera”… insomma sono composti che indicano come la lingua venga rimodellata a scopi semantici, sempre cercando un significato compatto, composto. C’è un punto del libro che mi pare particolarmente felice, è alle pp. 214-215, le due poesie che, se dovessi fare di questo librone un’antologia, una iniqua antologia, andrebbero senz’altro inclu­se, Patria (poesia pistoiese) e la bellissima Cenotafio, densa di ri­cordi danteschi e luziani: non si tratta di furti, ma del senso del­la continuità che da Maura Del Serra è perfettamente percepito ed eseguito: “Io fui celeste. Vissi nella fiamma / dell’alabastro, nel lapillo azzurro- / ridente degli sguardi, dell’armonia segreta / di felini e di uccelli nelle elastiche selve, / nel grembo dell’atmosfera lunata. / Io fui terrestre. Vissi la pietà / degli angeli caduti negli specchi, / dei gabbiani ingrommati di nafta, il prato chiuso / dell’infanzia con l’albero di bene e male (“mamma!”), / la barca-gio-vinezza turbinante di pianti / e baci e vino. Io fui lieta, e morta­le, / e sola. Amai parole. Fui parola.” Cenotafio è da mettere tra i capolavori di questo libro, di una capacità di concentrazione e di una felicità straordinaria, per la quale darei tutta la parte mi­tologica del libro (Clizia, Cefalo e Procri) che è tutto comunque molto importante, molto “su”: una parte è prettamente novecen­tesca, di gusto moderno, in poesie che mi piacciono moltissimo come Sola nella casa o La regina dei meli della sezione Il filo di fuoco di Infinito presente; e c’è una molteplicità di registri che mira ad utilizzare tutto ciò che la tradizione le porge, e non è una tradizione solo di poeti, ma di pensatori e drammaturghi, dai mi­stici a Shakespeare. Nel libro si può percorrere una molteplicità di sentieri, tutti validissimi: ma dove c’è l’aneddoto autobiogra­fico poi emerge e si imprime nella memoria la conclusione su pa­role come “mondo” “anima” “mente”, cioè l’elemento che im­propriamente si direbbe metafisico, assoluto; sono i casi in cui la vita si è incaricata di insegnare a Maura Del Serra più di quanto possono averle insegnato tutte le poesie e tutte le scienze di que­sto mondo. In questa fusione di autobiografia e di esperienza concettuale credo che consista la ricchezza di questo libro, che ha saputo dare forma a tutti questi elementi: “ Non nella casa natale, l’attorta / ri­pida casa in via Silvano Fedi, / dove l’infanzia assediata d’angoscia / dava ali di vertigine ai miei piedi; / non nella mia città cre­puscolare, / chino amarcord di minimi decori, / che tenaci pare­vano negarmi / conoscenza ed ardori; / non nel mio prodigo, pue­rosenile / paese che bellezza smemora dalla storia, / dalla viltà cor­riva di rapine e di stragi … / Neppure nelle pagine immortali / d’ogni lingua e pensiero, le amate e benedette / più della luce un tem­po, adesso umili o altère / ancelle della vita: nella vita soltanto, / nel suo gran soffio d’anima cerco mondo nel mondo, / trovo radi­ce e patria trasparente, / e lavo le parole dal grembo della mente.”. 


LA MENTE

Io, regina in catene
da me stessa forgiate nella notte
ed in trecce di fiori mutate al mio risveglio,
siedo sul trono d’acqua terra fuoco
ed aria fluttuante fra mondi noti e ignoti,
colgo il frutto dell’albero di vita e lo chiamo
male, e poi bene: se febbre mi chiude
gli occhi, piango la morte della luce;
se risano, le palpebre trasparenti son specchio
che a logica pienezza la mia cerca conduce
fino al cuore del mondo,
dove l’alto è il profondo.

SORTE

Sediamo nelle stanze, erriamo nelle città,
cuori di carne nel cuore di pietra,
cercando sensi dentro i nostri segni,
fili d’arpa nel nostro labirinto,
sole di verità nel bagliore dell’istinto,
certezza unanime nell’ansia cieca.
E nei letti posiamo come papaveri nella corrente,
spremendo da fantasmi estasi e oblio,
aprendoci-chiudendoci nell’occhio del tempo,
baciando nella nascita l’addio.
Poco sapere, molte gioie, molto
dolore abbiamo in sorte, e conoscenza
soltanto per ardore, o per paziente innocenza.

(Da: L’opera del vento, Venezia, Marsilio, 2006)

CAMERA CON VISTA

Una coppia di falchi, anarchici od esteti,
ha fatto il nido più strano e prezioso
sopra la cupola del Brunelleschi:
sfidando la natura
e i suoi divieti, lo smog, i turisti,

gli ornitologi e il loro tecno-monitoraggio,
il nido cresce, stride (di quaggiù) silenzioso
di voletti arruffati, e trasfigura
tutta Firenze in camera con vista:
noncuranti delizie dello “stato selvaggio”!

I TEDOFORI

Sfrecciando in acrobatica tenacia sprigiona
dalle gambe bioniche vittoria
l’atleta, e il mediacirco ne risuona
nel lampo di un momento
come ad ogni decollo controvento,
plaudendo al monstrum di sventura e gloria
che getta oltre l’ostacolo
il suo brutto anatroccolo obbediente
al cigno della mente –
così l’aerea danzatrice, Nike
senza braccia carnali, lo scienziato
bello di fama astrale estorta al corpo murato:
anche in noi leva l’àncora l’uncino cruento,
e il tronco è nave dalle vele amiche.

FAR DI CONTO

Soltanto nell’amore uno più mille fa uno,
è rosa mistica il più vile pruno,
e l’aquila e il leone,
congiunti nel grifone,
guidano il carro astrale
del fangoso mortale.
Soltanto nell’amore uno più uno fa mille,
due selci in cozzo sprizzano torrenti di scintille,
l’idrogeno e l’ossigeno dissetano il pianeta,
ombra e luce scolpiscono la conchiglia segreta
del tempo innumerabile: da realtà e illusione
nascono i mondi, arde l’incarnazione.

(Inedite)