Paolo Pianigiani: L’onore di un poeta

 Da una lettera di Franco Matacotta a Emilio Cecchi

Nel Fondo Matacotta si cono conservati i documenti relativi alla vicenda, ma solo con il ritrovamento degli articoli sul Telegrafo è stato possibile ricostruire questa curiosa storia.


Il duello (mancato) di Dino Campana

Pubblicato su Erba d'Arno, n. 101-102, Fucecchio 2005


Gli antefatti

A partire almeno dal primo di aprile del 1916, data che figura in una lettera al fratello Manlio, Dino risiede insieme ai genitori, che vi si erano trasferiti per la nomina del padre Giovanni a Direttore Didattico, a Lastra a Signa, presso l’Albergo Sanesi.
Convalescente per una malattia di sette mesi, il poeta si trasferisce il 28 di maggio del 1916 a Livorno, in via Malenchini n. 9,  presso la signora Fortunata Natali e frequenta la villa della pittrice marradese Bianca Fabroni, ad Antignano. Si porta dietro alcune copie dei Canti Orfici, con la speranza di venderle, contando anche sulla pubblicazione dell’articolo di Emilio Cecchi sulla Tribuna del 21 Maggio. Viene quasi subito fermato (31 maggio) da un maresciallo di finanza, scambiato per una improbabile spia tedesca, perchè chiede a due signore indicazioni sulla ubicazione del Cantiere navale Orlando e della Regia Accademia Navale. Chiarito l’equivoco viene rilasciato.  Dino rimane a Livorno fino al 20 giugno, quando viene di nuovo arrestato, questa volta dalla Polizia Municipale, per aver fatto in pubblico discorsi strani. Viene rilasciato ma espulso da Livorno.

Di questi due avvenimenti ne dà notizia il locale giornale il Telegrafo, con  toni fra l‘ironia e la cronaca di paese.
Dino, prima di tornare a Lastra a Signa, scrive una lettera al giornale, contro la città e i livornesi, proclamandosi poeta germanico perseguitato ed errante.
Ricevuta questa lettera, purtroppo perduta ma sicuramente piena di insulti, Athos Gastone Banti, direttore o uno dei maggiori  pubblicisti del giornale livornese, interviene in prima persona firmando un articolo dove, pur dicendo che il personaggio gli fa una grande pietà (per tre volte), definisce il poeta germanico : un coso brutto e strano, dal pelo rosso e dall‘aria sospetta.
Inoltre, senza mezzi termini, lo accusa di fare in pubblico discorsi scemi, discorsi cretini: dei discorsi... da poeta italo-germanico.
Il Banti ha anche l’idea di tenere informato il soggetto del suo articolo, e manda una copia raccomandata del giornale, con  il suo articolo,  all’indirizzo di Campana a Lastra a Signa.

I fatti

La reazione del poeta è immediata: si consulta con l’amico scultore Mario Moschi, di Lastra a Signa, e invia una cartolina postale raccomandata  che in pratica voleva essere nelle intenzioni una vera e propria lettera di sfida, con  tanto di testimonianza sottoscritta dal Moschi stesso.
Secondo il Codice Cavalleresco, di cui il Banti era un profondo conoscitore, Dino commise una serie di errori imperdonabili, che da soli lo avrebbero squalificato di fronte a qualsiasi Corte o Tribunale d’Onore, che fino al dopoguerra erano operanti e molto attivi in in Italia.
Infatti, ritenendosi insultato a mezzo stampa (il terzo articolo in effetti poteva costituire insulto grave e diffamatorio), avrebbe dovuto inviare all’autore dell’articolo, due rappresentanti muniti sia di regolare incarico illimitato, sia del prescritto cartello di sfida.
Mai avrebbe dovuto rispondere con  una lettera di insulti, meno che mai farsela autenticare da un testimone.
Banti, esperto di procedure cavalleresche, risponde nei termini (il giorno stesso), incaricando i suoi due rappresentanti di telegrafare subito all’albergo Sanesi a Lastra a Signa e chiedendo a Campana di indicare i suoi.
I rappresentanti del Banti sono un militare di carriera (Generale Giacomo Merli) e un nobile dal nome sonante (Conte Marco Tonci dell’Acciaia). A leggere questi nomi, ancora oggi, si sente odore di polvere da sparo e cozzo di spade.
Immagino il povero Mario Moschi, avvezzo agli scalpelli e alle fusioni in bronzo, rivolgersi a Dino più o meno cosi‘:
- O Dino, 'un fare il bischero, questi qui non scherzano! Generali, Conti dell’Acciaia… qui finisce male! Senti io non me la sento di seguirti in questa storia, trovati un altro!
Dino, punto sul vivo, risponde invece immediatamente, per telegramma (purtroppo non ritrovato), indicando comunque i suoi due rappresentanti: Mario Moschi (scultore), di Lastra a Signa e A. Takeda (anche lui un pittore), residente a Lastra a Signa ma con  studio a Firenze..
I due rappresentanti livornesi, ai quali Dino ha indirizzato il telegramma, rispondono lo stesso giorno  convocando i due colleghi a Livorno, per il giorno dopo 25 Giugno, alle due, presso il Circolo Filologico.

Moschi riceve il telegramma nella mattinata del 25, lo consegna a Dino e conferma  la sua rinuncia al mandato. A Dino non rimane che rivolgersi a Takeda (assente da Lastra a Signa) per mezzo di una lettera, invitandolo a rispondere e a chiedere una proroga, o dilazione. Quindi si precipita a Firenze per cercare un nuovo rappresentante.



Le conclusioni

Non sappiamo come andò a finire: ci resta solo il biglietto di risposta di Takeda, datato 25 Giugno,  che in un italiano approssimato  informa di aver ricevuto la lettera di Campana solo alle 9 (21) e che lo aspetta la sera stessa al Circolo o la mattina allo studio a Firenze.

Sappiamo per certo che il duello non ebbe luogo e che Campana, in Agosto, comincerà un  capitolo ben più importante della sua vita, incontrerà Sibilla Aleramo, al Barco, in quel di Fiorenzuola.
E quello sarà un duello vero.

Possiamo però fare delle illazioni…

Secondo le procedure del Codice Cavalleresco, i due rappresentanti livornesi, convocando i rappresentanti di Campana a Livorno, davano per scontato che la sua posizione  era di offensore, mentre quella del Banti era quello di offeso.
Per la verità la cartolina postale scritta al Banti, costituiva sicuramente un insulto (considerato comunque di secondo grado, nella scala dei gradi contenuta nel Codice Cavalleresco, che ne prevedeva quattro) in risposta a chi era autore di offesa a mezzo stampa, ben più grave.
Quindi, se la vertenza avesse avuto uno svolgimento corretto, probabilmente i rappresentanti di Campana avrebbero ottenuto per il proprio mandante il ruolo di offeso, con diritto a scegliere eventualmente le armi e la modalità dello scontro. Oppure, nella ipotesi di una composizione pacifica della vertenza, nella pubblicazione sulla stampa di un giudizio a lui favorevole sottoscritto dai quattro rappresentanti o, nel caso non si fosse raggiunto un accordo, un lodo da parte di un Tribunale o Giurì d’Onore.
La scarsa conoscenza del Codice Cavallersco da parte del poeta, ed è ipotizzabile, dei suoi eventuali rappresentanti, lo avrebbe sicuramente portato ad avere la peggio, nei confronti di un mondo troppo diverso e lontano dal suo.
Probabilmente i testimoni del Banti, dopo aver constatato che i rappresentanti della controparte non si erano presentati e fatte scadere le 48 ore di tempo previste, avranno rilasciato al proprio mandante un documento di chiusura della vertenza, riconoscendo ampiamente le prerogative di gentiluomo al loro assistito. Questa era la prassi, e forse da qualche parte esiste ancora una copia di questo documento, in qualche polveroso e dimenticato archivio.

Oppure non si ebbe  nemmeno questa conclusione, la vertenza si arrestò da sola, per manifesta incapacità della controparte (Dino Campana) ad ottemperare alle procedure regolamentari.

Athos Gastone Banti, nella sua introduzione al Codice Cavalleresco della nuova edizione del 1926, dichiarerà che i duelli sono fatti per le persone serie, non per chi ignora le regole. Inviterà il suo maestro e amico Gelli, presidente della Corte d’Onore Permanente di Firenze, ma residente a Livorno, agli Scali d’Azeglio, a stabilire regole più severe per chi vuol salvaguardare il proprio onore. Propone anzi al maestro, che in quel periodo stava scrivendo il suo libro sui duelli mortali, di scriverne uno anche sui duelli comici.
Dice anche che, nella sua venticinquennale carriera di giornalista, piuttosto movimentata, ha fatto ricorso diecine e diecine di volte al parere del Gelli, per averne conforto e lumi, su altrettante vertenze cavalleresche, in cui era incorso, a causa della sua professione.
 
Chissà se una volta, nel 1916, avrà bussato alla porta dell’amico, per parlargli di un caso stravagante, quello della sfida arrivata per cartolina postale da parte di un poeta di Firenze, da parte di Dino Campana, il poeta italo-germanico.

I documenti

Le carte e i documenti manoscritti che seguono, hanno fatto parte del mazzetto di lettere che rimasero in possesso di Sibilla Aleramo al momento della sua separazione da Campana. In pratica insieme ad altre, componevano l’archivio privatissimo, disordinato ed errante, come il proprietario, che Dino si portava dietro nei suoi spostamenti. Furono recuperati da Franco Matacotta, compagno di Sibilla per 10 anni, dal folto delle trentamila lettere, conservate dalla scrittrice nel suo ormai celebre baule, e pubblicate ne La Fiera letteraria, del 31 luglio 1949, con  il titolo Corrispondenti di Dino Campana.
Attualmente fanno parte dell’archivio Matacotta, che si trova a Bologna.
Di questa vicenda  ha trattato anche A. Mastropasqua in Un episodio inedito della biografia di Dino Campana in «Es», 6, gen-apr. 1977, che ha ripubblicato per la prima volta gli articoli comparsi sul Telegrafo.

Il ritrovamento della ricevuta dell‘invio del Telegrafo a Campana, invece, è opera di Gabriel Cacho Millet, del quale riporto i testi da lui ripubblicati in Dino Campana fuorilegge, Edizioni Novecento,  Napoli 1985.

1)

Cronaca sull' arresto di Dino Campana a Livorno apparsa in «Il Telegrafo», 1 giugno 1916, ripubblicato da A. Mastropasqua in Un episodio inedito della biografia di Dino Campana in «Es», 6, gen-apr. 1977, pp. 25-26.

Un letterato fiorentino arrestato per sospetto di spionaggio.
Poco prima di mezzogiorno di ieri, un giovane uomo, vestito in modo un po' stravagante, con una lunga canna di «bambou» per appoggio, dalla barba e dalla chioma fluente di un bel biondo oro si trovava seduto sulla spianata dei Cavalleggeri intento a mirare l'ampia distesa del Tirreno...
A due donne che si trovavano a lui vicine egli ha domandato notizie sulla ubicazione del Cantiere Orlando e della Regia Accademia Navale.
L'aspetto dell‘individuo e le domande tanto semplici e ingenue che sono sembrate sospette, hanno allarmato le due donnette, le quali, veduto poco dopo il maresciallo di finanza Giulio Barluzzi gli hanno indicato l'individuo, nel quale giá vedevano una terribile spia tedesca.
II buon maresciallo per ogni precauzione si è avvicinato allo sconosciuto e lo ha invitato a seguirlo alla Questura Centrale, ciò che egli ha fatto senza alcuna difficoltà od opposizione.
Alla Questura è stato interrogato lungamente dal commissario cav. Schiavetti e dal delegato Frenguelli.
Si tratta del letterato Dino Campana di Giovanni, di 31 anni, da Marradi, di ottima famiglia, al quale Eugenio [sic!] Cecchi della «Tribuna» dedicava il 21 corr., oltre una colonna per la recensione di un suo libro di poesie.
II Campana ha potuto ampiamente documentare la propria identità ed ha dichiarato di trovarsi a Livorno da tre giorni per ragioni di salute, essendo ammalato di nefrite e di abitare presso la signora Fortunata Natali in via Malenchini n. 9
Nella di lui abitazione — che per scrupolo è stata perquisita — sono state trovate varie copie del suo volume di poesie: «Canti Orfici» edito a Marradi dalla tipografia F. Ravagli nel 1914.
A tergo della copertina è stampato questo motto tedesco: «Die Tragoedie des lestzen Germanen in Italien».
Chiarito luminosamente l'equivoco e non risultando il minimo accarico contro di lui il Campana è stato poco dopo lasciato in libertà.

2)

Trafiletto sul secondo arresto diDino Campana a Livorno apparso in «Il Telegrafo», 1 giugno 1916, ripubblicato da A. Mastropasqua, art. cit., p. 26.

L‘ arresto di uno spione?
Gli agenti municipali arrestavano iersera certo Dino Campana, di Giovanni, di 29 anni, da Marradi, domiciliato nella nostra città in via Malenchini, perchè, da certi discorsi che gli agenti poterono udire dal Campana stesso, nacque loro il sospetto che il giovinotto fosse una spia.
Il Campana fu arrestato — come diffusamente narrammo — una prima volta, nel mattino dello scorso 31 maggio sul viale Margherita, mentre rivolgeva ad alcune donne delle domande riflettenti il nostro Cantiere navale e l'Accademia navale.
Tradotto alla Questura centrale il Campana potè provare luminosamente la propria innocenza e venne senz'altro rimesso in libertà.

3)

Articolo a firma Athos  Gastone  Banti apparso in Il Telegrafo, 22 giugno 1916, ripubblicato da A. Mastropasqua, art. cit., pp. 27-28.

II signor Dino Campana poeta germanico.
Preceduto da una stamburata sui più grandi giornali, ci pioveva giorni sono sulle spalle — inaspettatamente — un coso brutto e strano, dal pelo rosso e dall‘aria sospetta, che si seppe poi essere Dino Campana, poeta fíorentino.
Venne, prese una camera ammobiliata, andò sul mare, si aggirò sulla spianata, domandò a alcune donne dove fossero l'Accademia Navale e il Cantiere. E fece altre domande e fu arrestato. E fu rimesso in libertà, nulla essendo risultato a suo carico, all‘infuori dei suoi libri di poesie, ornati di leggende tedesche.
Noi prendemmo la cosa un po' in ischerzo: prima di tutto perchè non crediamo proprio che le spie abbian bisogno di domandare... dove siano il Cantiere, o l'Accademia, annunciate non solo ai poeti, mi anche a chi sappia solamente leggere e scrivere, da tanto di inscrizioni visibili e chiare: e poi perchè il caso di questo povero letterato che scrive bei libri di versi per poi finire nelle braccia... ďun brigadiere di finanza, ci faceva pietà.
Ma ecco che pochi giorni dopo le guardie municipali, udendo certi discorsi che il signor Dino Campana faceva in pubblico, hanno motivo di ritenere che egli sia una spia, e te lo riarrestano e te lo riportano in Questura.
E lì te lo rimettono in libertà, perchè nulla di specifico risultava a suo carico.
Allora il signor Dino Campana, che si qualifica «poeta germanico perseguitato ed errante», scrive a noi una lettera, per dire ira di Dio di nojaltri livornesi, come se ci avesse colpa Livorno, perchè lui sente il bisogno, ogni cinque minuti, di farsi mettere dentro.
E pare che supponga che noi dobbiamo inquietarci.
Evidentemente il signor poeta germanico non capisce una cosa: che anche ora — anzi più che mai — il suo caso ci desta una infinita pietà.
Perchè insomma, per quanto brutto e rosso e di aspetto tedesco sia il signor Dino Campana, non può essere che ogni volta lo arrestino soltanto per quello.
C'è della gente — grazie a Dio — che è ridicola e strana — per lo meno quanto lui — e che pure circola liberamente le strade, senza contravvenzioni e senza noje.
Che diamine! Per fare la spia non c' è mica bisogno di esser stati schiacciati a un concorso di bellezza!
Se lo arrestano vuol dire che egli fa, in pubblico, dei discorsi scemi: dei discorsi stupidi: dei discorsi cretini: dei discorsi... da poeta italo-germanico.
E il caso di un pezzo ďuomo della sua complessione, di un letterato trentenne, non privo ďingegno, autore di libri acclamati, lodato dai più grandi giornali — e pur così idiota da non comprendere che in tempo di guerra bisogna avere almeno il pudore di tacere, ci desta, proprio, una infinita pietà.
A. G. Banti

4)

Avviso postale di ricevimento di un giornale inviato da «Athos Gastone Banti/Livorno (Toscana)» a Dino Campana in data 22 giugno 1916.  Inedito.
Avviso di ricevimento di un giornale raccoman. [«Il Telegrafo» del 22 giugno 1916 contenente l'articolo di A. G. Banti, Il signor Dino Campana poeta germanico, inscritto sotto il n. 3.814 dall‘Ufficio di Livorno Centro il 22 giugno 1916 e indirizzato al Signor Dino Campana a Lastra Signa.

5)

Copia della cartolina postale di Campana a Banti scritta il 23 giugno 1916. Edita da F. Matacotta in Corrispondenti di Dino Campana, ne «La Fiera letteraria», IV, 31 luglio 1949, p. 3.

[Lastra a Signa, 23 giugno 1916]

Voi siete un grottesco meticcio negro affatto idiota, perciò dicendomi germanico ho voluto darvi una pedata nel culo.
Voi vi siete vendicato facendo la spia come si conviene a quella razza di cani levantini che siete voi livornesi. Ne avete abbastanza per battervi o volete che venga a ceffonarvi, macaco ? Sarei già venuto se non fossi certo che vi trincerate dietro i vostri pretoriani di piazza grande che vi danno i loro articoli da stampare; è da loro che voi avete imparato l'italianità di cui siete capace, non è vero?
Dunque basta, parlate di poeti e di poesia quanto vi piace, ad uso dei cafoni vostri. Intanto mi tengo a vostra disposizione.
Dino Campana
Post-scriptum. Per la verità dichiaro che questo è il testo della cartolina che ho letto, e visto impostare da Dino Campana oggi ventitre giugno 1916,
firmato: Mario Moschi, scultore.
 
6)

Telegramma dal Conte Tonci dell'Acciaia e dal Generale G. Merli, rappresentanti del Banti nel celebrando duello, a Dino Campana.

[Livorno, 24 giugno 1916]

Cavaliere A.G. B, riceveva stasera sua missiva dandoci immediatamente mandato rappresentarlo favorisca indicarmi nomi suoi rappresentanti.

Generale Giacomo Merli
Conte Marco Tonci dell’Acciaia

7)

Telegramma dal Conte Tonci dell‘Acciaia e dal Generale G. Merli a Mario Moschi in data 24 giugno 1916. Edito da F. Matacotta, in Corrispondenti di Dino Campana, cit.

[Livorno, 24 giugno 1916]

II signor Dino Campana ci comunica averla nominata col signor Takeda rappresentarlo vertenza col cavalier B. articolo 130 codice cavalleresco obbligando lor signori recarsi Livorno preghiamoli trovarsi qui domani ore quattordici Circolo Filologico via Telegrafo.

Generale Merli
Conte Tonci Ottieri

8)

Lettera da Dino Campana ad A. Takeda, in data 25 giugno 1916. Edito da F. Matacotta, art. cit.

[Lastra a Signa, 25 giugno 1916]

Egregio Signor Takeda
II Moschi mi ha comunicato questa mane il telegramma che accludo ed al quale egli non ha risposto. L'appuntamento di cui parla il telegramma era per oggi alle due. lo vado ora a Firenze a cercare un padrino e domattina lo accompagnerò al suo studio a Firenze. Intanto prego Lei o il Moschi a rispondere come se già fossero testimoni ufficiali in attesa che io abbia trovato l'altro testimonio. Mi pare che il Moschi non si possa rifiutare a questo avendomi lui stesso offerto di farmi da testimonio giorni fa.
Trovato l‘altro testimonio egli potrà declinare il mandato.
Benchè io non abbia alcun diritto di intervenire nell‘operato di loro padrini, mi permetto di far osservare che credo opportuno chiedere al generale Merli e [al] Conte Tonci una dilazione di qualche giorno, facendo loro presente l‘impossibilità di recarsi a Livorno immediatamente.
La prego signor Takeda a voler scusare questi contrattempi.
Coi sensi della più viva stima e simpatia sono suo dev.mo.
Dino Campana
P.S.
L'indirizzo dei rappresentanti del Signor Banti è:
Giornale il Telegrafo
Livorno

9)

Lettera da A. Takeda  a Campana, in data 25 giugno 1916. Edita da F. Matacotta, art. cit.

Firenze, 25 giugno 1916

Egregio sig. Campana,
ho ricevuto sua lettera in qui contenuta la telegramma, ma ora verso alle 9 e il appuntamento doveva alle due sì che ormai passato. Al circolo fino alle 10 io aspetterò  Lei intanto se non posso trovare mi trovi allo studio mio, dalle 9 fino alle 12 dalle 2 fino alle 6 aspetterò Lei allo studio mio.
Saluti cordialmente
A. Takeda

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