Campana a Cecchi

Da "Souvenir d'un pendu", a cura di Gabriel Cacho Millet, ESI, Napoli, 1985

 




CAMPANA A EMILIO CECCHI


[Marzo 1915]


Egregio Signore,
La ringrazio di avermi trattato male: è quello che ci vuole, io ho torto. Da quindici anni a questa parte tutti mi hanno sempre contestato il diritto di esistere e se non mi sono tirato un colpo di rivoltella e stato solo per un colpevole orgoglio: tutto questo e monotono, egoista e immorale e non poteva dare altro che quello che ha dato. Vedo che Lei tratta male i superartisti di Firenze: essi credono che l’arte non esista, infatti è meglio chiudere gli occhi: c’è certamente una ragione sopranaturale dell’esistenza di un loro tale lazzaronismo. Un art nouveau chez les macaronis!

Che bell’articolo farebbe! Ci fu un tempo, prima di prendere conoscenza diretta della civiltà italiana contemporanea, che io potevo scherzare. Ora questa civiltà mi ha messo addosso una serietà terribile. L’immagine dell’onesto Papini che rimastica il suo tragico quotidiano è una delle più tristi della mia memoria. L’aperta immagine marinettiana e dannunziana di Soffici mi sorride nelle facce di tutti gli impiegati. Vous me trouvez lugubre? chiedono le sue baronesse. Le tout est entouré du serieux bourbonique des faces dei giovanissimi parvenus. Si, siamo più vicini al 48 di quanto sembri: io vedo il cappello a cono coi nastri di Papini, il mantello, il trombone, Soffici non porta i baffetti e il pizzo solo per superare D’Annunzio e tutti erano poeti in quel tempo e avevano sempre ragione — Infine mi sembra, come Lei ha giustamente notato, che tutto ritorni al punto di partenza, e che sia il tempo di cambiar aria. Questo è dunque un rispettoso congedo che prendo da Lei che è prima e forse l’ultima persona di merito che si occuperà delle mie bizzarrie esotiche in Italia. Le raccomando dunque il mio libro e la mia fama, e, quantunque mi abbia trattato severamente, mi pregio di riconoscere che non accetterò mai altro interprete che Lei. — Questa lunga lettera potrebbe finire o anche continuare come gli articoli di de Robertis se io non dovessi darle alcune notizie sulla mia vita. Io anderò in Francia, non sono soldato, e curerò i feriti: forse potrei guarire io stesso ma non ci tengo oramai più. Infine io credo nel riprodursi simbolico degli avvenimenti e che il mio avvertimento è un simbolo di cui devo dare un’interpretazione che è la sola giustificazione di un 1/1000 ecc scala— dell’universo. Perciò io sono anche tragico e morale. Procedo per sbalzi: natura facit realmente saltus, come è noto. Ma per continuare questa vita ci vuole veramente un coraggio da leone. Pure mi sembra ora negli avvenimenti che qualcuno cominci a prendere pietà di me. Infine il mio piccolo dovere era di non arrendermi e l’ho fatto e me ne vo. Ho trovato qua un altro superstite dei galantuomini ďltalia — Aldo Orlandi della Gazzetta del Popolo — Via 4 Marzo — Torino.
In caso di notizie egli ne è l’unico tramite per me in Italia
Voglia   credermi,   egregio   signore,   con   profonda   stima
obblg.mo
Dino Campana

 



Lettera senza data, ma con nota di risposta di E. Cecchi: risp. 10-3-1915. Due facciate. Edita parzialmente da T.T.T. [Leonetta Cecchi Pieraccini] Ricordo di Campana, in «Omnibus», II, 8,19 febbraio 1938, p. 3, ora in LML, pp. 31-32

 

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