Giovanni Boine: Canti Orfici

Giovanni Boine

Prima pubblicazione Agosto 1915, su "La Riviera Ligure". 

Copertina su carta giallo droghiere. Sul retro fra parentesi proprio in mezzo è stampato Die Tragödie des letzten Germanen in Italien (ci hanno da ultimo incollata su una strisciolina rossa come una pudica camicia, ma l'ho, da buon Gobinista, che diamine! grattata via con cura). Il ringraziamento prefazionale ai signori sottoscrittori è messo in ultimo al posto dell'indice, il quale come inutile non è stato fatto; e lì è pur ricordato «il coscienzioso, coraggioso e paziente stampatore sig. Bruno Ravagli» cui dunque nemmeno noi lesineremo le nostre cattedratiche lodi, sebbene parecchie lettere nel testo sian capovolte ed a pag.151 la riga che nientemeno dice «diosa virginea testa reclina d'ancella mossa» sia, com'è confessato, «andata all'aria» La carta a piacer suo muta di qualità tre volte in centosettanta pagine, brache, giacca e gilet di tre diversi vestiti. Inoltre è utile aggiungere che il libro è finito con queste sacramentali parole messe fuori testo a mo' d'epitaffio o di chiusa: They were all torn and cover'd with the boy's blood: cosicché BLOOD rosso e pauroso come una stilla od una ditata, sta lì (traccia d'assassinio o di liturgico sacrifizio?) come il tragico sigillo dell'opera.


Per constatare, in conclusione, che l'autore è certo un poverissimo e che i segni del suo squilibrio anche dall'esterno del suo volume appaiono evidenti.
Che se a caso apriamo il Trattato di psichiatria del prof. Leonardo Bianchi (Napoli ed. Pasquale etc.) ai capitoli che così dottamente dissertano, fra le malattie mentali, della paranoia, della demenza precoce et similia, ci sarà facile provare come qualmente la trasposizione illogica delle parole nel discorso, la sintassi a salti, nonché il salto dei vocaboli ed eziandio di intere proposizioni, è la diagnostica caratteristica delle scritture dei pazzi. La qual cosa è confermata mi pare oltreché dal preterito Lombroso, dall'autorevole Dott. Max Nordau nell'ormai celebre volume della Degenerazione, dove se ricordo, che Mallarmè sia un deficiente è a soddisfazione per analogia dimostrato allegando da verificati freniatrici documentí questa memorabile frase di ricoverato: «Mi sembri uno zuccherino dato a balia!» La quale certo è, semmai, imagine più ragionevole di ciò che si legge ad es. qui in Dino Campana a pagg. 169 e 70, dove infine si legge (e bisogna citare):
 
Come nell'ali rosse dei fanali
bianca e rossa nell'ombra del fanale
che bianca e lieve e tremula salì.
 
E l'ali e i sali, e il bianco e il rosso; e i vichi e i fanali: il sale marino e l'ombra e la notte, fan per due pagine uno spettrale intrico di così macabra sarabanda che non è possibile fuoritrarne un qualunque normale costrutto.
Ciò infine, di nuovo, per dire che se dall'esterno si passi all'interno i sospetti di squilibrio son chiari e fondati, e questo povero Campana, stabilito per pazzo. In altri termini pare cioè, come corollario, assodato, che la poesia non sia più ormai che dei pazzi e dei poveri.
È qui infatti una poesia allucinata non sai di che fatta, che se ti ci chiudi entri in un'atmosfera d'ansia, sei a balzi via trascinato di là dai confini del tuo consueto andare, chissà dove, chissà dove per disperazioni d'irrealtà. Non so che febbre si divori le immagini e le accavalli; che cosa si dica, precisamente non vedi; i fantasmi lampeggiano e fuggono, il luogo ove sei si tramuta: sei nella Pampa, sei tra le Stelle, un diretto in corsa ti porta, la turbolenza dei venti ti strappa. Ma insomma una strapotenza bizzarra di lirica, via ti solleva fuori di te in dimenticanza del mondo per morbosità fosforescenti.
Ci sono pagine limpide di osservate serenità; ci sono lirici idilli dove Piazza Sarzano a Genova col ponte dei suicidi lì sopra, e gli intrichi di vicoli bui; dove Faenza e Fiorenza e la Verna si trasfigurano in tremiti di lievi colori quasi in musica stemperati: pagine di prosa fresca tra l'impressionismo scorrivia e (sempre) una sotterranea commozione come di scatenato respiro. Ma jam furor humanos nostro de pectore sensus expulit... giungono momenti che il respiro nella gola s'affanna e la vertigine vince. Allora le parole ossessionano come gli incubi, si dilatano come occhi di paura, si puntano come riluttanti vite all'abisso; finché l'onda via le travolge, meravigliosi frantumi in un gorgo canoro. La musica vince i discorsi, i vocaboli son fatti di voce; son simboli di suono con un polline vago d'immagini. Nuotano spersi come echi, si richiamano si ripetono sinfonizzano sciolti senza badare alle logiche; si rincorrono, si frantumano in ansia d'espressione, ti danno lo spasimo dell'inesprimibile, ti sfanno in una liquidità di respiri; finché t'accorgi che il respiro è respirato, e la cosa da dire è l'allucinata febbre, la lirica frenesia di una cosa ormai detta.
 
Io vidi dal ponte della nave
i colli di Spagna
svanire nel verde
dentro il crepuscolo ïoro la bruna terra celando
come una melodia:
di questa scena fanciulla sola
come una melodia
blu, su la riva dei colli ancora tremava una viola...
Illanguidiva la sera celeste sul mare;
pure i dorati silenzi ad ora ad ora dell'ale
varcaron lentamente in un azzurreggiare.
Lontani tinti dei vari colori
dei più lontani silenzi.
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d'oro, la nave
già cieca varcando battendo la tenebra
coi nostri naufraghi cuori
battendo la tenebra l'ale celeste sul mare.
Ma un giorno...
 
Poiché ci sono le fonti di tutto certo sarà facile assegnarle anche a questa smarrita e decadente musicalità (Samain e compagni). Dico se mai che questa sorta di decadenza mi piace qui che di più non si può; e che la stessa rozzezza violenta, la stessa primitività impetuosa con cui è come in assalto qui in più luoghi realizzata (cfr. Quiere usted hierba mate?) dimostra che non è d'accatto, risponde ad un intimo bisogno e del vecchio malfranzese non ha che l'apparenza.
S'attaglia cioè con spontaneità al mondo d'incubo e di libertà che il poeta s'è foggiato, alla risolutezza vagabonda di anima senza speranze, di là da ogni tradizione, di là da ogni acquietamento, nave ebbra e disancorata, gabbiano tra raffica e cavalloni. Passano, qui di mezzo, i rombi delle lontananze; sei dove? Alle Antille, sei in Argentina; il viaggio non è qui coi luoghi e le films ma cogli abbandoni e gli acquisti, colle liberazioni: è una spirituale categoria di perdizione e di disradicamento. A Genova città di partenza, è avvenuto l'incontro con Regolo: «Impestato a più riprese, sifilitico alla fine, bevitore scialacquatore con in cuore il demone della novità che lo gettava a colpi di fortuna che gli riuscivano sempre, quella mattina i suoi nervi saturi l'avevano tradito ed era restato per un quarto ïora paralizzato dalla parte destra, l'occhio strabico fisso al fenomeno toccando con mano irritata la parte immota. Si èra riavuto, era venuto da me e voleva partire... Ma ci eravamo piegati alla mostruosa assurda ragione. Il paese natale: quattro giorni di sguattero, pasto di rifiuti, tra i miasmi della lavatura grassa. Andiamo!» Ed Andiamo! pare il motto di tutta questa ispirazione che procede a barbagli e in folata, non ha altra formula oltre quella dell'inquietudine, né altra logica se non quella irreale e vagabonda del sogno.
C'è in giro per l'arte contemporanea (compresa l'italiana, parlo dell'italiana) un fermento d'esaltazione come un'ansia di novità e d'anarchia, un tumore di angoscia che cerca sfocio. Ma c'è anche, ed assai più la preoccupazione di metterlo in mostra e di affermare la propria modernità spregiudicata colla retorica dell'espressione. La ansiosa modernità di parecchia gente comincia dal di fuori e resta soprattutto al di fuori come la dignità ed il valore dei molti restan nel vestito e nei titoli. C'è infine gente che finge la libertà essendone dall'intimo schiava sprovvista; e poiché s'è persuasa dell'ovvia verità più sopra enunciata che la poesia è dei pazzi più pazzi, si finge dunque per pazza e lo fa con scioltezza.
Ma questo Campana, per lo stesso impaccio del suo parlare, questo che di elementare ed ingenuo che la coltura ha lasciato in lui e nel suo stile (non l'ha cancellato), è, se dio vuole un pazzo sul serio. Epperciò Te deum.

  
  

 

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