Dino Campana - Dino Campana

  • Antonio Castronuovo: Un'ignota cartolina di Dino Campana

     
    Un’ignota cartolina di Dino Campana
     
    di Antonio Castronuovo 
     
    Da "La Rassegna della Letteratura Italiana”, a. 106, serie IX, luglio-dicembre 2002
     
    In una cartella dell’Archivio Luigi Orsini conservato presso la Biblioteca Comunale di Imola è custodita una cartolina di Dino Campana assente nelle diverse edizioni di lettere  del poeta  di Marradi. Il documento consente  di ricostruire  alcuni tratti della  biografia  campaniana nell’agosto del 1917. La cartolina è contenuta in un foglietto bianco piegato in due, a mo’ di custodia, sul quale appare una scritta di pugno di Luigi Orsini: «Dino  Campana di Modigliana». Va notato che quello di Luigi Orsini è un archivio abbastanza  anomalo: sembra preparato dall’autore in vista della conservazione postuma, con molte  glosse stilate di sua mano. La  cartolina  raffigura  in  bianco e  nero un panorama  di Marradi, il paese  nativo di  Campana. Sul retro, sotto lo spazio per  l’indirizzo, appare  la  stampigliatura  che  classifica l’immagine e ne fissa la data di produzione: «Ufficio Rev. Stampa – Milano, 4.7.1917  –  N. 1392». Il timbro postale  sull’affrancatura  è  ben  leggibile:  «Marradi, Firenze, 19.8.17». La  cartolina  è  indirizzata  al «Prof. poeta / Luigi Orsini / Imola»  e  contiene il seguente testo in colonna:
     
    Rispettosi  
    saluti  
    devmo  
    Dino Campana
    (soffre)  
    Marradi.
     
    A matita, sotto le parole campaniane, spicca l’annotazione: 
     
    autore dei «Canti Orfici»  
    morto pazzo
     
    Innanzitutto un breve  cenno su Luigi Orsini, nipote  di quel Felice Orsini che  aveva  attentato alla vita di Napoleone III (Luigi era figlio del fratello di Felice). Nato a Imola il 13  novembre 1873, si laureò in  giurisprudenza  a Bologna  dove conobbe  Pascoli e  Carducci. Dal 1911  al 1938  tenne  la  cattedra  di Letteratura  poetica e  drammatica al regio Conservatorio di Milano. Era  una  cattedra  di prestigio, dato che  Orsini era  subentrato a Emilio Praga e a Giuseppe Giacosa e che dopo di lui fu tenuta da Salvatore  Quasimodo. Collaborò a diversi giornali, quali “Il popolo d'Italia”, “Il resto del carlino”, “L'illustrazione italiana”. Visse a Milano, ma restò sempre legato alla sua Romagna: fu tra i fondatori della rivista  “La Romagna nella storia, nelle lettere e nelle arti” e della  “Associazione  per  Imola storico–artistica”. Morì a Imola  l'8  novembre  1954. 
  • Antonio Lanza, Dino Campana, l'Alchimia della parola

     

     


     

    Dino Campana

    L'alchimista della parola

    di Antonio Lanza


    Collana: Sorbonne , Novità 
    ISBN: 978-88-6799-249-2

    Formato: 12 x 18
    Pagine: 144
    Legatura: brossura 

     

    «Io sono indifferente, io che vivo al piede di innumerevoli calvari. Tutti mi hanno sputato addosso dall’età di 14 anni, spero che qualcheduno vorrà al fine infilarmi. Ma sappiate che non infilerete un sacco di pus, ma l’alchimista supremo che del dolore ha fatto sangue»

    Dino Campana è stato un’anomalia nella storia della letteratura italiana: «Il poeta di una breve stagione» scrisse Eugenio Montale che definì la sua poesia in prosa come «europea musicale colorita». È per questo che a distanza di un secolo la sua poesia, legata indissolubilmente alla sua odissea biografica, continua ad affascinare molti lettori. Dopo la morte in manicomio nel 1932, i più importanti intellettuali italiani, da Alfonso Gatto a Carmelo Bene a Sebastiano Vassalli, hanno rivalutato la figura del poeta di Marradi definendolo in tanti modi: «poeta notturno», «poeta visivo» e persino «poeta maledetto». Perseguitato dal seme della follia fin dall’infanzia, in conflitto con gli intellettuali sostenitori del Futurismo, vittima di un amore impossibile con la scrittrice Sibilla Aleramo, Campana è riconosciuto oggi come uno dei più grandi poeti del ‘ 900, vissuto unicamente al servizio della «parola», ostile fino all’ultimo a un sistema di valori e a una società che stavano andando rapidamente in pezzi.

     

  • Ardengo Soffici: La tarantella dei pederasti

    Il quadro di Soffici esposto alla mostra futurista organizzata alla Libreria Gonnelli di Firenze, il 30 Novembre 1913.

    La mostra ebbe uno straordinario visitatore orfico: Dino Campana

     

    Quadro di Ardengo Soffici

       
       
  • Carlo Bo: La notte di Dino Campana

     

    La notte di Dino Campana

    di Carlo Bo

    Pubblicato su "Resine",

    numero doppio n. 58-59,

     Marco Sabatelli Editore, Savona, 1994

    Dagli Atti del Convegno di studi svoltosi a Genova e a La Spezia dal 11 al 13 Giugno 1992.

     

    C'è nella storia della poesia italiana del Novecento un caso che prima ha stupito e disorientato e poi generato una serie di equivoci: è il caso di Dino Campana. I motivi maggiori di questo difficile approccio vanno ricercati soprattutto nella leggenda che fin da principio ha accompagnato l'opera di questo poeta. Campana era per natura un irregolare, uno che difficilmente trovava una sua vera identificazione e che nella vita quotidiana non riuscì mai a prospettarsi una sistemazione appena soddisfacente. All'origine c'è la malattia che ha avvelenato la sua esistenza, una malattia che era già della sua famiglia e che allora aveva un solo nome, la follia.

  • Da Gonnelli, venerdì 5 Dicembre...

     

  • Domenico de Robertis: Per un più lungo giorno

     

     

     

     

    Domenico de Robertis 

     

    PER UN PIÙ LUNGO GIORNO

     

       Quando Dino Campana affidò a Papini e a Soffici, l'in­verno del 1913, il manoscritto di quella raccolta di poe­sie e di prose che oggi sappiamo s'intitolavaII più lungo giorno,senza volerlo si era premunito per una lunga lati­tanza del suo libro; e, in un certo senso, aveva coope­rato alla sua sparizione. Il manoscritto era nato per du­rare e sopravvivere (è, oggi, il meglio conservato degli autografi di Campana); e per durare e sopravvivere più a lungo di quanto non sia rimasto sepolto tra le carte di Soffici aveva, se così si può dire, la vocazione dell'oblio. A quella data per noi abbastanza remota, un anno avanti la prima guerra mondiale, il libretto su cui Campana ave­va trascritto il nucleo fondamentale di quelli che saranno iCanti orficipoteva avere forse due secoli! Dopo la no­tizia della sua ricomparsa, e l'emozione di ritrovarci da­vanti questo libro amato e perduto, proprioperdutamente amato,è stata questa, almeno per me, la sorpresa più grossa del vivo incontro col manoscritto delPiù lungo giorno

       Il manoscritto, per gentile concessione della famiglia Campana, è esposto nella sala attigua, per il breve spazio di questo Convegno, nella mostra di autografi e docu­menti organizzata dal Comitato promotore: aperto ad una delle sue pagine più significative (quella che all'inizio della prima parte, con un titolo quanto mai suggestivo, affronta, a mo' di dichiarazione di poetica, proprio una citazione sofficiana). Accanto, se ne può vedere l'aspetto esterno, la copertina e la legatura: ma non per effetto di alcuno smembramento, e nemmeno, nell'età della ripro­duzione e della duplicazione, per un magico processo di sdoppiamento. Si tratta di un manoscritto d'identica fat­tura che non mi è stato troppo difficile individuare, tanto comune ne è il modello, nella biblioteca dell'Accademia della Crusca (dove reca il n. 67), e che l'Accademia stessa ha consentito che fosse qui presente. Composizione, for­mato, tipo di carta, così come la copertina e la legatura, sono gli stessi. L'unica cosa che non coincide è, ovvia­mente, la scrittura. Esso contiene il « Supplemento » al Vocabolario della Crusca del conte Pietro di Calepio, scrit­to di suo pugno, probabilmente intorno al 1724. La pre­senza di annotazioni di Anton Maria Salvini non ci per­mette di scendere al di qua del 1729. 

  • Emilio Cecchi: Dino Campana

    Emilio Cecchi

    Dino Campana 

     

     

     

     

     La redazione ringrazia l'amico Silvano Tognacci per averci fornito questo importante documento.

     

      

    Se uno torna col pensiero agli anni della formazione, in Italia, d'un nuovo senso della poesia, è colpito al vederli, così brevi anni, ingombri di tanti morti; e tutti morti giovani, o assai giovani : Corazzini, Michelstaedter, Gozzano, Locchi, Onofri, Bastianelli, Boine, Serra, Slataper. Dino Campana non fu tra i più gio­vani, relativamente alla morte materiale; ma gli anni da lui passati, fra il 1918 e il decesso nel 1932, in uno spedale psichiatrico, furono anni di morte. Quanto sorprendente e quasi mitologica era stata l'apparizione, fra le scomparse più tra­giche fu quella di Dino Campana.

    Ho conosciuto alcuni poeti, nostrani e forestieri. Non pretenderò che fossero poeti immensi; ma erano di certo fra i massimi che l'epoca poteva mettere a mia disposizione. Accanto a loro, provavo ammirazione, riverenza. Accanto a Campana, che non aveva affatto l'aria d'un poeta, e tanto meno d'un letterato, ma d'un barrocciaio : accanto a Campana, si sentiva la poesia come se fosse una scossa elettrica, un alto esplosivo.

    Non so di che specie egli fosse; se superiore o inferiore alla comune nostra; certo è ch'era di altra specie. Un fauno insaccato in quei miseri panni di fustagno, o un altro essere così, tra divino e ferino, non avrebbe fatto diversa impressione. Genio poetico egli ebbe forse più d'ogni altro della nostra generazione, se avesse potuto maturarlo e svilupparlo a fondo. Italiano dello stipite di Giotto, di Ma­saccio e d'Andrea del Castagno.

    L'atto del poetare proveniva in lui da un incanto di realtà schiettissimo. C'era un contrassegno direi fatale e carnale, suggello autentico della sua genia­lità. Quelle ch'egli chiamò « le supreme commozioni della sua vita », gli condu­cevano il ritmo in andature corali, popolari. E segnatamente nel paesaggio, egli si esaltò in una bellezza italiana, specificamente toscana, di autorità antica e veneranda. La sua sensibilità spasmodica, di errante e perseguitato, non gli pre­cludeva l'aspirazione, ed in parte il cammino, verso una forma classica della vita e dell'arte; verso l'idea d'una felicità, come egli diceva: «mediterranea»; idea che sembrava respirata nelle città tirrene del nostro Trecento.

     

    Nessuno ha più saputo, come Campana, nel rapido e largo stacco dei suoi versi e delle liriche in prosa, riuscire modernissimo e, al tempo stesso, naturale, popolaresco. Egli passò come una cometa; ed anche oltre le strette ragioni for­mali, in una sfera più vasta e calorosa, la sua influenza sui giovani fu incalcolabile, e s'è tutt'altro che spenta. Egli dette un esempio d'eroica fedeltà alla poesia: un esempio di poesia testimoniata davvero col sangue. Da lui e dal coetaneo Unga­retti, s'inaugura un tono intimo e grave nella nostra ultima lirica.

    E pare un avvertimento simbolico, una specie di profezia, quel verso di Whitman che il Campana aveva fatto mettere, senza nessuna indicazione, in fondo all'ultima pagina del suo unico volume, il volume dei Canti orfici: sulla povera carta bigia dello stampatore campagnolo. Dice cotesto verso di Whitman : « Essi furono tutti coperti dal sangue del fanciullo ».

    Fu curioso che il libro dei Canti orfici, così carico di futuro, uscisse al me­desimo tempo d'un altro libro, squisitamente riassuntivo : Doni della terra di Carlo Linati. Non si sarebbe potuto immaginare confronto e contrasto di due temperamenti e di due arti poetiche più differenti. Nulla, in Campana, d'una psicologia d'uomo d'« atelier »; ma, s'è detto prima, di errabondo e perseguitato. Egli non estraeva pazientemente i più gelosi valori dei vocabolari; ma scriveva d'un rapido e largo getto; quando non lasciava giù idee e frasi come uno che scarica un insopportabile fardello.

  • Enrico Falqui: Il Manoscritto

     

     

     

     Enrico Falqui

     

    IL MANOSCRITTO RITROVATO

       

       Ormai ci si era rassegnati a considerare chiusa per sem­pre, e nel peggiore dei modi, la storia del manoscritto ori­ginario deiCanti orfici.Triste e drammatica, se mai ve ne fu di somigliante presso di noi. All'ingrosso è più o meno risaputa da tutti coloro che s'interessano alle fac­cende della poesia; e da tutti è stata, fino ad oggi, com­pianta, tranne in fondo dai due ai quali è giocoforza at­tribuirne la responsabilità. Consegnato dal Campana a Papini e a Soffici affinché lo aiutassero a pubblicarlo, e da Papini a sua volta trasmesso a Soffici, nell'inverno del 1913, quel manoscritto fu perduto e quanto rovinoso sia stato per Campana lo smarrimento è documentato da lettere e testimonianze innumerevoli. Se volle, a sue spese, stampare iCanti orficiin una tipografia di Marradi nel 1914, dovette ricomporli e ricostruirli a memoria. Con quale sforzo e strazio si lascia immaginare.

  • Fausto Tuscano: Aspetti del pensiero musicale negli Orfici

     

     Aspetti del pensiero musicale dei Canti Orfici

    di Fausto Tuscano

      

    «Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bi­sogno di essere stampato: per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bi­sogno di essere stampato.»[1] — così Dino Campana da Marradi il 6 gennaio del 1914 a Giuseppe Prezzolini, allora direttore della rivista fiorentina «LaVoce». «Per provarmi che esisto», scrive. E la poesia che dà senso alla vita. La storia della pubblicazione dell'opera di Campana è nota. Prezzolini non risponde alla lettera. La richiesta inutile è un altro fallimento che si aggiunge ad una serie, lunga, di fallimenti non solo professionali ma anche affettivi, esistenziali. Il libro, che contiene poesie che il giovane poeta ha composto e raccolto ne­gli ultimi dieci anni trascorsi viaggiando per il mondo, tra Firenze e Bologna, da Genova alla Francia, la Svizzera, i Paesi Bassi, l'Argentina, è stampato a Marradi nell'estate del 1914, con i soldi di una colletta, dal tipografo Ravagli. Nel dicembre dell'anno prima, a Firenze, Campana aveva consegnato il manoscritto (un'unica copia) a due tra gli intellettuali fiorentini più in vista del momento, Giovanni Papini e Ardengo Soffici, con la speranza che lo leg­gessero e lo pubblicassero, magari sulla nuova rivista «Lacerba». I due promi­sero di leggere, ma persero il manoscritto. La raccolta, che si chiamava li più lungo giorno, poteva essere una novità letteraria importante. Il poeta dedica la prima metà del 1914 alla ricostruzione/ri elaborazione — in parte a memoria — delle poesie perdute. (Il manoscritto perduto salterà fuori solo nel 1971, a casa di Soffici).[2] Il libro pubblicato nel 1914 ha un nuovo titolo: Canti Orfici.

     

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    [1] D.Campana,Lettere di un povero diavolo. Carteggio (1903-1931) con altre testimonianze epistolari su Dino Campana (1903-1998),a cura di G. Cacho Millet, Firenze, Ed. Polistampa, 2011, p. 21.

    [2] Cfr. P.Pianigiani,Le carte vaganti di Dino Campana. Le carte e i manoscritti: un viaggio senza fine,in http://www.campanadino.it/plausi-e-botte/ 106-paolo-pianigiani-le-carte-vaganti-di-dino-carnpana.html (Prima pubblicazione: 30/10/2004).

  • Gabriel Cacho Millet e Italo Calvino, solfeggiando "Genova"

                                Con Calvino, solfeggiando "Genova",  a Buenos Aires        

    di Gabriel Cacho Millet

     

     

    Non ho mai saputo cosa sia veramente accaduto il giorno dell'inaugurazione dello stand italiano nella  Xª Edición de la Feria Internacional del Libro tenuta a Buenos Aires nel 1984. L'episodio, comunque ha a che fare con una mia versione in spagnolo della poesia  Genova  con cui  Dino Campana ha voluto chiudere il suo unico libro, Canti Orfici.

    Ero stato invitato insieme a Italo Calvino all'evento col compito di parlare dei soggiorni in Argentina di Dino Campana (1908) Carlo Emilio Gadda (1922) e Luigi Pirandello (1927, 1933). Calvino, ospite ufficiale, doveva invece inaugurare lo stand italiano analizzando  le sensazioni che provava ogni volta che visitava una grande esposizione  al momento di perdersi "in questo mare di carta stampata, in questo firmamento sterminato di copertine colorate, in questo pulviscolo di caratteri tipografici".

  • Gabriel Cacho Millet: Il Manoscritto di Campana

     

     

     

     

     

     

    Pubblico, senza correzione alcuna, la lettera che Gabriel Cacho Millet scrisse al prof. Borsani, insieme al testo dell'articolo sul ritrovamento de "Il più lungo giorno".

    (Paolo Pianigiani)

     


     

     

    Caro Prof. Borsani,

        la prego, prima di dare alle stampe questo scritto, di riguardare l'italiano: anche avendo la massima cura, qualche "spagnolate"  scappa sempre al mio controlo. Mi telefoni, se ha qualche cosa da dirmi.  Suo

                                                                                             Gabriel Cacho Millet

     In fondo alla bibliografia ho inserito eventuali didascalie per foto e documenti, spediti da Claudio Corrivetti  per posta elettronica. Vale!

  • Gianfranco Contini: Campana poeta visivo

    Gianfranco ContiniVisions de route, de campagne, de voyage à pied, d’alcools: queste sono le Illuminations in un rigo, quali, più o meno esattamente, ha creduto di poterle riassumere Thibaudet, o è un sommario dei Canti orfici (un po’ meno alcoolici, un po’ meno afrodisiaci)? Già col raccogliere, sullo stesso piano, poesie e prose, lunghe solo fino all’esaurimento d’un tema, o d’una catena tematica, di passeggiata, e raccoglierle sotto quel titolo, Campana poneva se stesso, proprio negli anni della «scoperta» di Soffici, come un Rimbaud italiano; si faceva leggere nella chiave, nel ruolo d’un «voyant».

  • I cento anni degli Orfici

    I cento anni degli Orfici

    di Paolo Pianigiani

     

     

    Cento anni fa, presso la libreria della Voce e presso Gonnelli, a Firenze, comparve improvvisamente il librino con la copertina gialla, quasi francese, come ebbe a dire Soffici. Lo notarono in pochi, nonostante la pubblicità, apparsa su alcuni giornali dell'epoca. Fu necessario che l'Autore, così come aveva fatto per la stampa, provvedesse da solo alla divulgazione e allo spaccio. Ed eccolo, come ci dice la leggenda, arrivare da Marradi, carico di libri, pronto a fermare i passanti, o a disturbare ai tavoli gli avventori alle Giubbe Rosse. 

    Ma sono serviti cento anni a far comprendere il Canti Orfici? E' un libro ancora aperto, che non ha dispiegato completamente tutto il suo messaggio. Nonostante le tante edizioni, o le vulgate, da quelle anastatiche e splendide, a quelle date in omaggio o quasi, insieme ai giornali. Sul web i Canti sono diffusi da tempo, scaricabili senza dover pagare nulla, nemmeno le 2 Lire (con lo sconto) che praticava Dino. Brunino Ravagli glieli stampava, non tutti insieme, ma volta per volta, per mezzo franco l'uno. Il margine di due Lire non era male, per lui, che riceveva una somma simile, al giorno, per campare.

    Noi, qui dal sito di Dino Campana, auguriamo al nostro poeta di essere per sempre motivo e stimolo di curioso interesse. Anche dopo i cento anni trascorsi dalla prima edizione. 

     

  • Il sito di Dino Campana si rinnova...

     

    Il sito campanadino com'era...

     

    di Paolo Pianigiani

     

    Abbiamo il piacere di comunicare ai nostri "visitatori orfici" che il sito dedicato a Dino Campana ha da oggi una nuova veste. L'immenso archivio che da sempre rappresenta terreno di caccia e di studio per tanti studenti e appassionati avrà una più semplice modalità d'accesso e la necessaria fruibilità, indispensabile a ricerche mirate.

    Auguriamo a tutti buona visione.

    La redazione

  • Irene Giuffrida: intervista a Gabriel...

     

    Al centro con cravatta rossa, Gabriel Cacho Millet con i suoi amici toscani: Silvano e Paolo.

    In secondo piano Mauro Pagliai di Polistampa e Giuseppe Matulli.

    Siamo alla presentazione del Carteggio di Dino Campana, al Vieussex, nel 2012

     

    Un ricordo che non è un ricordo:

    Gabriel Cacho Millet

    di Paolo Pianigiani

    Gabriel non è più con noi. Se n'è andato durante lo scorso Natale, ancora nel 2016. Stava lavorando a un libro su Carnevali e chissà a cos'altro. Non si fermava mai. Questo sito nacque 15 anni fa, dal nostro incontro. Lo avevo cercato, lui introvabile, attraverso amici comuni. Fu Franco Scalini, da Marradi, a mandarmi il suo telefono. Dopo quella telefonata per me Campana, smise di essere un mistero e diventò un poeta. Un poeta di cui raccontare la storia. Il sito di Campana nacque con la sua direzione, sempre vigile e attenta, anche se non dichiarata. Oggi che non c'è più, il sito continua la sua strada con minor vigore, ma con la consapevolezza che abbiamo un esempio da seguire. Quello di Gabriel. Che ci ha insegnato il suo metodo e il suo rigore. E la sua infinita umanità.

    Ricordo Gabriel pubblicando questa intervista, curata da Irene Giuffrida, uscita su giornali siciliani in occasione della presentazione del suo libro, bellissimo, edito dall'amico Corrivetti. "Non si avrà ragione di me". In questa intervista, curata da Irene Giuffrida, Gabriel si racconta...


     

    Intervista a Gabriel Cacho Millet

    di Irene Giuffrida

     

    E’ da poco uscito “Non si avrà ragione di me. Poeti del Novecento per Dino Campana”, un omaggio al tormentato artista dei Canti Orfici. L’autore Gabriel Cacho Millet, esponente di punta della letteratura sudamericana, e appassionato studioso dell’opera di Dino Campana  ci racconta, in questa intervista,  la sua ultima fatica letteraria e i suoi più recenti  progetti per il futuro…  

     

    1)     Lei è tra i più grandi ricercatori e studiosi dell’opera di Dino Campana.

    Non esageriamo. Non voglio montarmi la testa. Dica che sono un buon studioso, un campaniano “de corazón”. Niente altro.

    2)     Com’ è avvenuto questo incontro magico? Quale situazione, o quale testo, ha acceso il suo entusiasmo?

    E’ una lunga storia iniziata circa 40 anni fa, quando intrapresi la traduzione di una raccolta di poesie di Campana ispirate al paesaggio sudamericano. Non sentivo una piena soddisfazione in relazione al mio lavoro nonostante il mio editore lo trovasse ben fatto; il passaggio da una lingua ad un’altra sottraeva qualcosa al godimento della fruizione letteraria, si perdeva cioè, con la traduzione, un elemento ineffabile, intraducibile, presente nell’opera in lingua originale: la musicalità insita in quei versi. Quando però l’editore, in seguito, mi chiese di non continuare nel lavoro di traduzione, perché quelle poesie erano già state tradotte da qualcun altro, provai un forte senso di rabbia e di delusione dentro di me. E decisi di andare fino in fondo con Lui e con la sua avventura… Leggendo e studiando vidi delinearsi sempre più nettamente in me l’idea di un Dino Campana personaggio di teatro, specie dopo aver letto le  interviste del dott. Pariani al Poeta  nel Manicomio di Castel Pulci. Dopo quelle letture ho sentito il bisogno di scavare nella sua vita e per anni ho percorso un po’ tutta Italia dietro le sue tracce parlando con gente che l’aveva conosciuto, ricercando in archivi privati e pubblici… Da quell’andare dietro il poeta orfico nacque la prima raccolta di lettere campaniane, edite col titolo “Le mie lettere sono fatte per essere bruciate” e il monologo “Quasi un uomo” portato da Mario Maranzana nei teatri di tutta Italia, e anche a Parigi nell’ambito di un convegno sul Poeta.    

  • L'edizione Anastatica del Centenario degli Orfici

     

    L'edizione in Cofanetto del Centenario degli Orfici

     

     

    Informazioni

    Ristampa anastatica e incisione integrale dei Canti Orfici di Dino Campana 
    nel centenario della pubblicazione.
    Descrizione
    COMETA ROSSA

    Per l’amor del Poeta… Dino Campana

    Sottoscrizione per la ristampa anastatica e l’incisione integrale dei Canti Orfici di 
    Dino Campana nel centenario della pubblicazione

    Il 7 giugno del 1914 Dino Campana, assieme ai testimoni Luigi Bandini e Camillo Fabroni, sottoscriveva col tipografo marradese Bruno Ravagli il “contratto per la pubblicazione del libro Canti Orfici”. Al Ravagli veniva versato un acconto di lire 110, risultato di una faticosa sottoscrizione tra 44 marradesi, ai quali sarebbe spettata una copia del libro, promossa da Bandini su “imperativo categorico” di Dino Campana. 
  • La dedica al Vate...

    Nel breve soggiorno a Marina di Pisa, Sibilla convinse Dino a inviare i Canti Orfici a D'Annunzio...

    di Paolo Pianigiani

     

     

    ... e la copia fu ritrovata a Venezia, assolutamente intonsa e mai aperta... i rapporti fra il "Vate grammofono" e Dino Campana furono, come dovevano essere, nulli. Sibilla, come faceva sempre con i sui "protetti" la prima cosa che faceva chiedeva supporto e partecipazione al Divino Gabriele. Che, oltre a chiamarla in qualche dedica "sirocchia" sembra che poco o nulla abbia mai fatto per lei...

    La copia degli Orfici, con questa bella ma inutile dedica, è attualmente alla villa di D'Annunzio, il Vittoriale degli Italiani, sul Lago di Garda.


     

  • La mostra del 1973: l'anno della riscoperta di Campana

     

     

     

    Gabinetto Scientifico Letterario G. P. Vieusseux

    Mostra Bio-Bibliografica su Dino Campana

    Marzo 1973

    Firenze

     

    Catalogo a cura di Maura del Serra

    Elaborazioni fotografiche di Giovanni Cillo

    Illustrazione di copertina di Franco Gentilini

     

    Un' idea di Fra' Giuseppe del Convento di San Francesco di Fiesole, è all'origine della Mostra e del Convegnp dedicati a Dino Campana. L' idea fu accolta e perfezionata da un gruppo di promotori e dal Gabinetto G.P. Vieusseux che avendo allo studio una serie di convegni su personaggi e temi coinvolgenti la cultura fiorentina, fu lieto di includere nel primo ciclo ternario , insieme a Gaetano Salvemini e a Ottone Rosai, il poeta dei Canti Orfici. Una serie di circostanze, fra le quali non ultime il 'ritrovamento' e la pubblica­zione del manoscritto 'smarrito' Il più lungo giorno, hanno riservato addirittura al Convegno-mostra su Dino Campana di dar principio alla se­rie.

     

  • La Voce cambia pelle: 15 novembre 1914

     Lacerba, proprio nel numero che vede la pubblicazione di tre testi in prosa di Dino, estratti dai Canti Orfici, annuncia ai lettori il prossimo mutamento di rotta della rivista La Voce. Il passaggio di consegne è da Prezzolini a De Robertis. Dalla politica e dalla filosofia alla letteratura e all'arte. I firmatari dell'annuncio, sotto lo pseudonimo di "Camerieri", non possono essere che Papini e Soffici.

      

    Abbiamo il piacere di rendere disponibile quella copia di Lacerba, in versione integrale, che comprende, oltre ai tre testi di Dino, anche, in ultima pagina, un curioso trafiletto pubblicitario dei Canti Orfici.

    Inoltre c'è una articolo di Ottone Rosai assolutamente da leggere!

     

    La redazione

     

     

     

     

     

     

    Trafiletto pubblicitario per i Canti orficiLA “VOCE” SI RINNOVA

     

    Dopo sei anni di gran lavoro e di bel coraggio Giuseppe Prezzolini, amico anche in guerra, lascia la direzione della Voce.Non la Voce, chè ci scriverà spesso. Ma la vecchia Voce polilatere, più seria che lirica, più sociale che artistica, sparisce con lui.

     

    La direzione è stata affidata a Giuseppe De Robertis, un ragazzo meridionale di molto buon gusto e d’inaspettato profondità critica, il quale, invece di laurearsi, preferisce mettere insieme una bella rivista che raccolga finalmente i nomi più sicuri della giovane letteratura italiana.

     

     

    La nuova Voce sarà dunque prevalentemente letteraria. Ci sarà una parte di lirica pura in prosa e in versi alla quale contribuiranno A. B. Baldini, Govoni, Jahier, Linati, Palazzeschi, Papini, Pea e Soffici. Lunghi saggi di critica daranno lo stesso De Robertis e Renato Serra. D’arte scriveranno Roberto Longhi e Ardengo Soffici, e di musica Giannotto Bastianelli e Ildebrando Pizzetti. Di politica continuerà ad occuparsi Prezzolini. Sarà davvero una bella rivista.

     

    Il primo numero della nuova serie uscirà il 15 dicembre, e sarà in formato più grande del presente, in 64 pp., su carta migliore e costerà come prima 5 soldi. L’abbonamento resta a 5 lire ma chi comprerà venti lire di libri editi dalla Libreria della Voce avrà la rivista gratis per tutto il 1915.

    Auguriamo a De Robertis e a tutti gli amici della letteratura che questo tentativo di dare all’Italia una rivista d’arte che possa stare alla pari colle migliori di Francia sua bene accolto da tutti e che la Voce ritrovi, in questa nuova incarnazione, più vita.

     I CAMERIERI

  • Marta Questa: Elena Ghika (Dora D’Istria)

    Storia di una principessa rumena a Firenze, negli anni immediatamente precedenti la nascita di Dino Campana

    Tra il 1860 e il 1888 ci fu chi in Firenze ebbe la fortuna di conoscere una donna considerata “una delle menti più lucide e più intelligenti d’Europa” e che l’antropologo Paolo Mantegazza così descriveva:
     “Un corpo tutto venustà, un cuor tutto grazia e nobiltà, una mente d’artista e di pensatore son tre cose rare a trovarsi, anche da sole, ma messe insieme formano un miracolo della fortuna; e questo miracolo ha saputo compiere la natura spargendo tutte quelle grandi e diverse virtù sopra un solo nome, quello di Elena Ghika, che diede poi a se stessa nel mondo della letteratura il secondo e più noto battesimo di Dora D’Istria”.
     Elena Ghika era nata a Bucarest il 22 gennaio 1828. Era figlia del principe Mihal Ghika di origine albanese, governatore del principato di Valacchia, eminente archeologo e fondatore del primo museo nazionale di Romania, fratello di Grigore IV e di Alexandru II (successo a Giorgio IV sullo stesso trono nel 1834) e di Katinka Faka, traduttrice di opere della letteratura francese.

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