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Leonardo Chiari: Purità d'accento in Dino Campana

 

 

«Purità di accento»

  Tracce dell'actio nei Canti Orfici

di Leonardo Chiari

Da Nautilus, Annuario di Studi e Ricerche del Liceo Torricelli Ballardini di Faenza. Anno 2018

 

Pronuncia, dizione, articolazione - sono fattori apparentemente estra­nei al regno della parola scritta; anzi, sebbene a detta dei linguisti l'oralità sia primaria per ontogenesi e filogenesi, la scrittura sembra scongiurare la relatività e l'alea della sua controparte orale in tratti di penna o grafemi (come i segni di interpunzione): tutto ciò che non è catturato da questi espedienti diacritici è contingente, collaterale, e vago; o peggio, tutto ciò che non è espresso in segni, non esiste. Questa tirannia della parola scritta sulla parola detta ha avuto conseguenze anche in merito anche alla va­lutazione estetica della letteratura: così come (direbbe il common sense) il valore estetico di un copione teatrale o di una partitura dipende da come questi sono stati scritti e non da come sono recitati o eseguiti, il valore di un testo letterario dipende da come il testo è stato scritto (la qualità della sua scrittura), non già da come è pronunciato; che è come dire, in fondo, che il mio particolare modo di declamare le terzine della Commedia non turba minimamente il loro valore o significato: il significato, se c'è, è altro­ve e fisso, e la scrittura è il suo immobile veicolo.

 

Eppure Dino Campana, in una nota lettera del 6 gennaio 1914 a Prezzolini[1], avanza a garanzia della qualità della propria scrittura, e come au­tocertificazione di idoneità per la pubblicazione, una qualità eminente­mente orale: per lui, «povero diavolo» che scrive «come sente», la parola stampata è un certificato ontologico («per provarmi che esisto»), e la sua «purità di accento», che «oggi è poco comune da noi», il suo «merito» po­etico. L'espressione 'purezza di accento' si adotta, solitamente, per espri­mere la qualità della pronuncia di una lingua ad opera di un dato parlan­te: una pronuncia corretta, senza inflessioni, cadenze dialettali o appunto 'accenti' stranieri.

Il termine 'purezza' forse richiama alla mente una sfumatura razziale connessa alla lingua, mentre il termine 'accento7 ha assunto, in tali contesti, un significato simile a quello che ha nel linguag­gio poetico: 'parola fonica, prosodica', come si usa in locuzioni del tipo 'accento francese', 'accento tedesco', e così via. Il poeta marradese utilizza tuttavia la variante lessicale 'purità', permeabile a una rete di semantemi che provengono dalla sfera religiosa, come 'innocenza', 'candore spiritua­le' e simili. Pertanto, avverte la critica[2], la purezza/purità campaniana ha ben altro portato: il tema della purezza è quasi il mot clé di un manifesto poetico, ad esempio, in quegli appunti-citazioni in esergo al manoscritto de Il più lungo giorno: «E come puro spirito varca il ponte» (Nietzsche), «Es­sere un grande artista non significa nulla: essere un puro artista, ecco ciò che importa» (André Gide), «L'arte dev'essere considerata oramai nella sua purezza [...] Quello che importa però ò la sua musicalità.

E per musica non si deve intendere sonorità o melodia, ma quello stato [...] elementare armonico con tutte le cose» (Ardengo Soffici). Il sostrato culturale è indub­biamente quello della poesia pura decadentista, annunciata da Gautier, Baudelaire e Poe, esplorata dai maudit, poi compiutamente teorizzata da Mallarmé ed Apollinaire, il cui compito primario consiste nel liberare la musique del verso purificandolo dalle costrizioni e dai vincoli logico-sin­tattici della parola scritta: il residuo di questo processo depurativo è im­magine sonora, nuance, suggestione, simbolo, infine musica assoluta - le vie di accesso, come in Soffici, allo stadio mistico di comunione con tutte le cose[3].

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