Luigi Bandini: Con me e con Campana

Gigino Bandini, l'amico di Marradi

da Meridiano di Roma, 17 aprile 1938

Le interessanti lettere di Campana pubblicate in Omnibus (19 febbraio u.s.) contengono la rivelazione di un suo aspetto che ignoravo: il suo credersi perseguitato dai compaesani. Non esito ad indicare come maniaca questa sua persuasione. Ovunque possono essere anime abbiette; e gente capace di basse persecuzioni, con delazioni od altro, può ben esserci nel mio paese: ma chi mai poteva avere un interesse a far ciò nei riguardi di Dino? Chi mai si occupava seriamente di lui? A meno che non ci sia stato di mezzo un odio verso i suoi. Ma anche questo mi pare da escludere: la famiglia era delle più benvolute in paese. Non odio, non persecuzione; l'atteggiamento dell'ambiente verso di lui era bensì un senso di scandalo, quasi di costernazione, per le sue abitudini, e di imbarazzo e di timore in sua presenza, perché lo ritenevo matto; ad ogni sua ricomparsa, alla notizia di qualche sua nuova impresa, era magari un gran dire: "eh, povera famiglia; eh, che disgrazia!", ma nessuno gli muoveva vero rimprovero, appunto perché lo consideravano irresponsabile.


Meno che mai lo deridevano, temevano troppo la facile eventualità di fare la diretta esperienza del vigore di cui madre natura l'aveva dotato (altro caso da quello del Leopardi!); e in fondo, confusamente, c'era anche un senso di considerazione rispettosa: matto o non matto, lo sentivano superiore.
Osavamo farci vedere in sua compagnia soltanto io e un paio di studenti in dimestichezza con l'Acerba (sic). Ma gli studenti stavano tanto poco in paese; io invece ero sempre lì, pronto per ogni suo ritorno. Ricompariva inaspettato, così come, il più delle volte, spariva senza dir parola. Erano le lunghe assenze dei vagabondaggi all'estero - dai quali di solito non tornava volontariamente - erano quelle brevi campignesi: quando si trovava in territorio marradese, al soggiorno in paese preferiva quello fra i contadini della più povera frazione del comune, povero tutto, Campigno, il "paese barbarico... mistico incubo del caos" del poemetto La Verna. Non certamente per posa di francescaneria; Dino, del resto, se era singolarmente inetto tanto al programma che all'azione degli stabili procacciamenti, non era punto un rinunziatario per principio ai doni della vita, e amava i più solidi piaceri robustamente, in armonia con una struttura corporea atta a fruirne estensivamente. A Campigno, più solo con se stesso, si trovava meno a disagio, la gente lo urtava meno. Ma soprattutto la natura per se stessa del luogo (di un primitivismo che gli consentiva di sentirsi fuori del tempo) era singolarmente atta ad esercitare il più intenso fascino sul suo spirito. E credo che proprio le sue cose migliori le abbia scritte o almeno rifinite lassù.
Tornava dunque, ogni volta con qualche inverosimile novità, diciamo così, dell'abbigliamento, e veniva dritto a cercare me. Io l'ho conosciuto tardi, soltanto un paio danni prima della pubblicazione del libro. I primi approcci furono timidi da parte sua e timidissimi da parte mia. Poi fui sedotto interamente della sua personalità. Un'influenza che ha avuta su me è stata certo grande; ero sotto molti rispetti un animo da dissodare; vissuto sempre in paese, mai avevo avvicinato persone così colte. Altri hanno detto dell'incanto della sua parola. Ma credo che nessuno ne ha fatto la mia esperienza, nessuno lo ha udito nella pienezza dei suoi poteri come è capitato a me. Perché io realizzavo le condizioni, anche negative, che gli occorrevano. Mi sapeva ingenuo culturalmente, ma d'altro canto intelligente abbastanza da dare una risonanza al suo dire, e si abbandonava interamente, senza che nulla turbasse la sua ispirazione, come doveva, almeno in parte, avvenire quando sapeva di essere ascoltato da gente più scaltramente istruita ed adusata alla critica. Io bevevo le sue parole proprio come una spugna. Parlavamo passeggiando, ed io non vedevo più nulla intorno a me, ma gli splendori evocati, orizzonti ignoti, alte visioni di luce. Erano spesso gli altissimi: Shakespeare, Leonardo, Dante, Michelangelo, i grandi maestri fiamminghi e spagnoli (veduti da lui qua e là, durante gli avventurosi vagabondaggi); o erano scorribande lungo tutti i secoli della letteratura francese, con preferenza del periodo che va da Flaubert a Verlaine (conosceva bene pero anche il resto: e il medioevo, e il rinascimento, e il periodo doro; né aveva trascurato i contatti coi greci e coi latini); e Heine, Oscar Wilde, Poe, Whitman, Ibsen, i Russi. E i suoi picareschi itinerari, e le descrizioni, come egli sapeva fare, di paesi e di genti! Non assicurerei che non ci fosse qualche volta in lui anche un certo gusto di farsi gioco di me e dei miei candidi stupori, e, insomma, di épater le bourgeois: borghese ero bene, anzi borghesuccio, e per giunta paesano al cento per cento. Mi ricordo che gli fece un grande effetto un'osservazione che azzardai a proposito della dottrina dell'eterno ritorno di Nietzsche. Non ricordo con precisione quello che dissi. Dovette trattarsi, comunque, di un'obiezione piuttosto banale e semplicista; ma egli sentenziò che io avevo grandi disposizioni alla filosofia, così come non ne avevo nessuna per la poesia. E che avrei dovuto iscrivermi (come?), e studiare precisamente filosofia. Nessuno avrebbe potuto essere allora meno disposto di me a considerarlo in questo profeta. Stranissima fatalità delle cose e delle parole: perché proprio quella sua bizzarria, fra le tante che gli uscivano dalle labbra, doveva rimanermi talmente impressa, che ricordo ancora il luogo - al principio del ponte, accanto alla casa del fruttaiolo - dove mi parlava così.
Lusingava il mio amor proprio, nonché un mio buffo romanticismo d'allora, l'idea di mostrare coraggio andando con lui dovunque, anche in luoghi deserti, di notte come di giorno. Ma era idea poco generosa, povero Dino; pericolo non c'era; tutto il rischio era di vedersi mischiato al disdoro di qualche suo gesto estroso (non poco peraltro per me, che tenevo molto anche alla mia reputazione di saggio figliuolo!). Passava facilmente dall'umore sereno e festoso a quello tetro, intrattabile. Delicatissimo, e di una dolcezza ed affettuosità veramente toccanti in certi momenti, c'era in lui, in contrasto anche con le prove che dava di una vigile sensibilità etica che trovava espressione in lucidi giudizi su uomini ed avvenimenti, un fondo che forse è severità definire di cattiveria, in quanto che appariva piuttosto qualche cosa di dolente e di offeso, come un cruccio ombroso, un esasperato risentimento; qualche cosa, comunque, di torbido e di mal domo, che rigurgitava veemente a un dato punto in manifestazioni piuttosto impressionanti, e molto facilmente, e con tendenza a predominare, sotto gl'influssi del vino. Erano, in sostanza, non più che aspri sfoghi verbali e mosse iraconde; mai l'ho visto passare, anche se irritatissimo, ad atti di violenza contro qualcuno; parole cattive però ne avventava, in quei momenti, anche a me. Lo punivo mostrandomi offeso e allontanandomi. Sempre mi tornava a cercare contrito; resistevo alla ripresa (e certe volte ho provalo veramente stanchezza e il deciso desiderio di una definitiva rottura); ma finivo poi col cedere. Era convinto che dei grandi diritti gli desse, non il suo ingegno, ma la sua sofferenza: giacché, come scrisse il Binazzi (un altro che l'ha conosciuto bene.) veramente "la sua fatica fu ultraumana, e la sua angoscia non ebbe limiti".
Una delle scene che più m'impressionarono e mi commossero: eravamo di notte per una strada di campagna; mi parlava di cose tristi, di avventure sue penose. C'eravamo fermati a sedere sulla spalletta di un ponticello; ad un tratto scoppia in singhiozzi e si butta disteso sulla stretta spalletta, smaniando e invocando coi più dolci nomi la mamma. "oh, mamma, la mia mamma!" perduto di disperazione. Passai parecchi minuti in preda allo spavento che - senza più, come pareva, capacità di controllo - mi precipitasse di sotto. Calmatosi, riprendemmo silenziosi la via del ritorno al paese.
Della triste fine l'alcool può essere stato una cagione; un'altra vita di disagi condotta; si mettano pure in conto anche dei fattori costituzionali, accogliendo come sintomi la caratteristica impulsività, l'indubbia debolezza dei poteri di controllo sotto il rispetto emozionale, i contrasti del suo carattere; ma la vera fondamentale causa va indicata, a mio vedere, proprio nella stragrande sofferenza cui soggiaceva perpetuamente, effetto della forma stessa del suo spirito. E in ciò propriamente la predisposizione. Il suo era un contrasto radicale con la vita. Parenti suoi mi dicevano che fino ad un certo momento dell'adolescenza era stato perfettamente normale; buon scolaro, intelligentissimo, ma anche diligente, mite, sottomesso. Che cosa è avvenuto nel suo animo ad un certo memento? Un evento dell'adolescenza ha inguaribilmente ferito una struttura spirituale troppo fine e delicata? O, semplicemente, solo ad un certo momento gli si è rivelata la sua (dolorosa) anima vera? In lui, così come io l'ho conosciuto, c'era, non l'incapacità di distinguere fra sogno e realtà, che sarebbe stata già follia, ma come un sordo perpetuo rancore verso la necessità della distinzione. Era come se egli volesse la realtà concreta del suo fantasma poetico, e, nonostante ogni evidenza, non si adattasse al fallimento di questo suo volere. Non lo si prenda per un fatuo, malato di esteticismo. I motivi che ricercava nella realtà erano d'ordine largamente umano. La grettezza morale, l'abiezione, la perfidia non l'offendevano meno dello stupido, dell'incoerente, del brutto. Avventura, questa, che capita a molti. Ma a lui mancava completamente la capacità di trovare un modo di accomodamento. Quello che non gli andava, non doveva essere,
Di ciò il continuo urto con la vita, con l'esterno, col mondo vero. Le stranezze del suo vivere, le peregrinazioni erano, in fondo, dei tentativi di evadere da quel reale immediato che gli si imponeva lui nolente, e tentativi insieme, e per converso, di realizzare il sogno, o di affermare almeno, concretamente, la elezione di esso. Poiché, insomma, quale orgoglio, o quale odio, o quale paura lo muoveva ad agire così?
Perché riteneva ciò giusto, se ne faceva un dovere? La vera sostanza di tutto questo, e sia pure che vi si mescolassero altri elementi anche oscuri, era una volontà - ben decisa e perfettamente consapevole - di rimanere fedele a se stesso, alla quale non si può negare, smodata quanto si voglia, un carattere eroico. Ubbidiva certamente, come ha affermato il Binazzi, anche alla voce dell'imperativo, sentito da lui intensamente e come artista e come uomo, di ampliare al massimo la propria sperienza. Ciò afferma un'indomita volontà di coerenza. Ma, daltro canto, non era forse anche in ciò implicito uno sforzare la realtà, un non curarla, un negarla, e un buttarsi anche qui tutto all'inseguimento del fantasma (l'idea di se stesso) per fare di esso il vero concreto storico reale? Precisare così la peculiarità del suo atteggiamento non può punto significare, a mio vedere, diminuire il carattere indicato, ma vale piuttosto, in certo modo, ad affermare la schiettezza. Che non si trattava sotto nessun rispetto di un processo inconsapevole, ma di un atteggiamento che, pur essendo del tutto spontaneo e senza ombra di artificio, era per intero riconosciuto dalla riflessione e deliberatamente accettato. E nemmeno davvero gli mancava, e chi lo frequentava lo sa, la nozione di quel che perdeva e del contrasto che impersonava: una squisita, fine, delicata sensibilità morale: e in apparenza quasi un fuori legge; la capacità massima di apprezzare tutti i beni e tutti gli utili: e la vita di un Diogene moderno... Non gli mancava nemmeno la previsione che avrebbe finito, e presto, per essere vinto, stroncato.
Questi aspetti consequenziali (la sua vita, insomma, nei rapporti esteriori) si capisce che, alla loro volta, con le situazioni che si venivano
determinando, erano ben atti ad accrescere il suo malessere; il fulcro però del suo tormento non era in queste conseguenze, bensì rimaneva nel dissidio fondamentale ed originario che ho tentato di tratteggiare, che veniva poi a risolvere nel perenne rimbalzare del suo spirito come fra due mondi, nella tragedia di uno sforzo continuo di sublimare in effusione lirica le cose stesse del comune quotidiano, di trasferirle in un'atmosfera ideale, di assoluti significati (ed ecco la qualità della sua lirica, ecco il suo orfismo!) mentre, d'altro canto, le medesime cose non cessavano di ferirlo coi richiami al relativo più miserevole ed umiliante. "Orfici" i suoi canti, non già perché siano poesia da iniziati (dove mai?), ma perché pervasi tutti da una tale aspirazione alla evasione dal contingente e dal temporaneo: felicemente qualcuno dei critici ha dato valore estensivo e programmatico al motivo "sospensione del tempo". Dirò che gli diveniva realmente vissuta esperienza il mito dell'anima divina, eterna, universale, impigliata nei lacci di una realtà, non straniera, ma fattasi lontana; dell'anima esule, decaduta? Certo qualche cosa di molto vicino a questo era in lui, in quella sua ansia di liberazione. Ma era piuttosto un gran senso panico, per cui dovevano le cose stesse liberarsi con lui, assurgendo con lui al cielo lirico, partecipi d'eternità. E quando il miracolo si compiva, quando la risposta agognata gli veniva dalle cose, la sua anima celebrava vere feste di felicità, visibile negli stessi atteggiamenti e moti esteriori; ma troppo più spesso la realtà soverchiava lui con la resistenza ottusa dei suoi aspetti morti, ed erano allora brusche rovinose cadute in cui nello sdegno e nell'ira, lasciava veramente brandelli danima; erano, esteriormente, i noti scoppi improvvisi di protesta violenta senza un oggetto preciso. Così avveniva anche che la sghignazzata o la parola turpe erompevano nel bel mezzo delle esaltazioni che davano tanto respiro daltezza alla sua parola: di colpo tutto precipitava.
E' necessario insistere che questa però venne soltanto dopo? Vero è piuttosto che era fatale: da una tale condizione di spirito alla pazzia è breve ed estremamente facile il passo: non occorre più che l'insorgere di una certa idea, il cui prepotere qualche cosa nella stessa storia di una mente ha reso irresistibile. E se fu nobile in lui anche questo segno della demenza (per anni si è creduto il demiurgo del mondo, il responsabile dei grandi avvenimenti della terra), fu altresì significativo. In fondo che cos'era una tale idea se non proprio il rovesciamento ed insieme l'rrigidimento, la morta mummificazione, e dunque come il succedaneo grottesco, il derisorio simulacro, e si vorrebbe dire il punitivo "contrapasso" di quella che era sempre stata la sua aspirazione: costringere la realtà al proprio spirito?
E veniamo alla pubblicazione dei "Canti". Aveva mandato a me, non completo, il manoscritto dalla Svizzera. Temeva che gli venisse sottratto dalla polizia, o temeva forse per la sua vita stessa; conservo il biglietto, piuttosto enigmatico, col quale mi preavvertì dell'invio. Poco dopo giunse lui stesso in paese rimpatriato. Si dette allora dattorno a Firenze per la pubblicazione. Fra ripulse di editori, e presunti tradimenti di amici (comunque, vera era almeno l'indifferenza) smaniava, inferociva. Un giorno mi disse: "Non hai detto che le mie cose ti piacciono? Dunque, se sei meno fetido filisteo di quello che in verità sembri, mi devi tu stesso aiutare per farle pubblicare. Lo stampatore Ravagli si contenta di duecento lire di anticipo. Non ti allarmare: non voglio che tu sborsi nulla". L'idea era questa. Si sarebbe fatta una sottoscrizione in paese a quota fissa di due lire e cinquanta, con diritto a una copia del libro una volta stampato. Io dovevo aiutare nella colletta, e - questo era l'importante - essere il cassiere, "perché - disse Dino - a me nessuno dei tuoi compaesani affiderebbe di certo due lire: nemmeno cinque soldi.
Tu sei come loro (vigoroso sputo in terra) e ti stimano". Così fu fatto.
Ma duecento lire, a due e cinquanta per ciascuno, voleva dire trovare ottanta sottoscrittori, Troppi. Si arrivò infatti appena a poco più della metà: 44. Sospirando, il povero stampatore si prese quello che s'era potuto cavare fuori coi mezzi più originali di propaganda ad personam: centodieci lire!
Le scene che, durante il periodo della composizione, avvennero quotidianamente fra Dino ed il disgraziato stampatore, riluttante alle "istruzioni" del poeta (fra l'altro, l'onesto artigiano, che non si raccapezzava nelle novità di quella poesia e meno ancora di quella prosa, avrebbe voluto, infelice, modificarne almeno - per il buon nome dell'azienda, si capisce - la punteggiatura: proprio non si sapeva rassegnare a tanto strazio!) sarebbero materia per un grande umorista, se in esse l'aspetto doloroso di ciò che era latente nelle sfuriate del mio povero amico, non superasse di troppo quello comico di una incompatibilità di temperamenti, che - da una parte il fuoco, dall'altra una flemma del tipo più esasperante - manco a farlo apposta, era proprio la più radicale che immaginar si possa.
Alla meglio alla peggio (chi ha avuto in mano una copia di quell'edizione sa che cosa voglio dire) il libro vide infine la luce.
E così furono salve le prove di un certamente non comune ingegno, la cui luce, già allora con qualche segno, almeno momentaneo, di vacillamento, doveva di lì a poco spegnersi. Fui ancora io che, anni dopo, verso la fine del 1923, Dino già da tempo internato a Castelpulci, iniziai col Vallecchi le trattative per la ristampa del libro, che non ebbero però buon esito, per il momento almeno.