Gabriel Cacho Millet: Sul "male" di Dino Campana

 

 

Sul "male" di Dino Campana

di Gabriel Cacho Millet

Da "Resine", n. 57-58, luglio 1994

 

Chi passa dalla lettura dei Canti Orfici a quella delle migliaia di pagine scritte sulla vita dell'autore resta immancabilmente deluso. Il poeta degli Or­fici è altrove.

Spesso mi sono chiesto cosa hanno in comune il Dino Campana dal genio folgorante che canta nei Canti con quel poveretto di Marradi dallo stesso no­me, ingombrante ospite di carceri, ospedali, prefetture e manicomi, perse­guitato ed errante.

E ora ho voglia di rispondere: nulla.

Ma il mito, la leggenda, alcuni biografi e qualche critico (Boine, Papini, Soffici, Binazzi e altri) ce lo hanno consegnato in un solo pacco come il "poeta pazzo", vittima della poesia e non solo della poesia, quasi mai come chi a un tratto, dal fondo della sua notte, «mette in questione l'atto stesso di scri­vere» (Ruggero Jacobbi, L'avventura del Novecento, Milano, Garzanti, 1984, p. 450).

 

Una pesante barriera si è alzata tra noi e la sua singolare avventura col verbo, costringendoci a leggerlo con l'ossessione di scoprire dietro ad ogni verso, in agguato, il mat e sarebbe l'ora di allontanare quello spettro con un'a­nalisi scientifica del quadro della sua malattia, che certamente non spiegherà la sua poesia, ma ci aiuterà a leggerlo meglio. Dove leggerlo meglio significa che è doveroso che gli psicanalisti, gli psichiatri e gli storici della psichiatria in Italia stiano da una parte, e i critici letterari dall'altra.

Nel 1957, Manlio Campana, fratello del poeta, chiese a Michele Campana (lo scrittore di Modigliana, compagno di Dino al Convitto Salesiani di Faen­za, ma da molti creduto per sbaglio suo cugino), di togliere dalle future edi­zioni della poesia Salgo per scale nere (Tre squilli, Firenze, "Il Fauno", 1957, p. 8) la dedica seguente:

«A Manlio Campana nel nome del suo infelice fratello Dino».

In una lettera inedita a Michele Campana del 24 agosto 1957 (conservata all'Archivio privato Michele Campana, Firenze), così il fratello del poeta di Marradi giustificava la sua richiesta:

 

[..] per il riferimento a Dino — che mi riguarda e che ho l'impressione mi deb­ba opprimere in eterno [...] e per l'uso, nel riferimento, del termine "infelice" sostanzialmente esatto (che anzi Lui è stato, come ben dici, veramente infeli­cissimo nella vita e nella morte) ma che non mi piace perché (da qualche tem­po in qua) questa locuzione è divenuta per il poeta quasi una stabile appendice usata, da chi non ha per Lui né comprensione né pietà, come un luogo comune di pietismo equivoco in surrogazione di "dissennato" o "pazzo perenne"; tutto il contrario di quello che intendevi tu, e che tutti, con te, intendono per gli altri grandi: un fatto, cioè, fisico, accessorio, puramente accidentale, come un colorante della loro luce; mentre, per il Nostro, si tende ad usarlo, ad assu­merlo, come un fattore essenziale e specifico della sua personalità e di tutta l'arte sua, cercandosi ogni labile e torta via per confondere l'una e l'altra insieme.

 

Per evitare simile confusione qualche critico ha suggerito che quella della follia, nel leggere i Canti, sia l'ultima notizia sull'autore da essere presa in considerazione, mai la prima.

Ma come si fa a dare un tale consiglio di fronte a un poeta della specie di Campana, che deve non poca della sua enorme fortuna critica «al malo vento che lo cacciava via pe lo mondo» (Camillo Sbarbaro). Già il mio com­patriota Jorge Luis Borges, parlando della sua "immeritata fama", metteva in guardia i lettori, segnalando la parte che nella sua "popolarità" aveva avuto il fatto di essere diventato "cieco, come Omero", aggiungendo che lo stesso era accaduto con Federico Garça Lorca, profesional andaluz (andaluso di professione). Se Lorca non fosse stato vigliaccamente fucilato, durante la guer­ra civile spagnola, certamente non sarebbe il poeta contemporaneo più uni­versale della Spagna, i cui versi si vendono nelle edicole con la stessa facilità di una cartolina postale con toro morente sull'arena.

Così, chi oggi s'azzardasse a pubblicare un'edizione dei Canti, facendo ta­bula rasa su quanto è stato scritto sull’ "Orfeo folle", — ammesso che gli riesca, poiché lo stesso Campana avvertì nel 1931 : «il mercato librario in Ita­lia è assolutamente nullo per il mio genere» — corre il rischio di essere preso per lo scopritore di un poeta assolutamente inedito. Campana senza follia non è Campana.

Ma fu veramente pazzo, come voleva Saba? «Era matto e solo matto [ed] è stato scambiato da molti per un vero poeta», oppure ha ragione P. Cimatti nel proclamare: «Campana non è morto pazzo, è morto stanco»?

Non essendo uno psicanalista, né uno psichiatra, né, tantomeno, uno sto­rico della psichiatria in Italia, non ho nessun titolo per dare una risposta scien­tifica a tale quesito. Né conosco quanto occorre per tracciare un quadro di quel male che egli definiva "confusione di spirito", utile agli esperti e stu­diosi che vorranno indagare sulle cause e le forme delle sue perturbazioni.

Inizialmente l'intelligenza amorevole del caso Campana può indurre il bio­grafo a ritenerlo affetto soltanto da nevrastenia. Lo stesso Campana ha det­to di sé adolescente, al ritorno dal convitto dei Salesiani di Faenza, dove visse come interno per tre anni: «Non sapevo bene i costumi che c'erano fuori; quando tornai a Marradi, mi ridevano, mi arrabbiai e divenni nevrastenico. Poi cominciai a viaggiare». (Carlo Pariani, Vite non romanzate, di Dino Cam­pana scrittore e di Evaristo Boncinelli scultore, Firenze, Vallecchi, 1938, p. 45, ora limitatamente alla Vita non romanzata di Dino Campana, a.c. di Co­simo Ortesta, Guanda, Milano, 1978). Ma la situazione si complica, quando nel 1914, accennando allo stesso periodo (1900), scrive a Papini e Carrà: «Tutti mi hanno sputato addosso dall'età di 14 anni, spero che qualcheduno vorrà al fine infilarmi» (Dino Campana, Souvenir d'un pendu. Carteggio 1910-1913 con documenti inediti e rari, a c. di Gabriel Cacho Millet, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1985, p. 58, d'ora in poi SP). Oltre alla nevrastenia, lo psicanalista deve ora fare i conti con le "idee persecutorie".

Campana non ricorda né è in grado di collegare i fattori scatenanti di que­sta esplosione giovanile che va attribuita sicuramente ad una mancanza di sicurezza affettiva. I costumi che c'erano fuori, cioè la realtà esterna, provo­ca terrore — Campana dice: "rabbia" — e indice alla scelta del "partito dei più deboli": la fuga. Una scelta che Dino occulta dietro le parole "cominciai a viaggiare”.

Da chi o da cosa fugge? Da tutti e da quanto lo costringe ad allontanarsi dal dentro, dal caldo Convitto Salesiano dove si sentiva protetto e forse sti­mato. Il fattore scatenante principale è, appunto, il brusco trasferimento, nel settembre del 1900, dal Convitto ad una casa privata (sempre a Faenza, in Via Bondiolo 28 di proprietà della famiglia Collina), dove rimarrà un anno per frequentare la prima liceale al Regio Ginnasio-Liceo Torricelli, insieme a Manlio, il fratello più piccolo, e sotto la severa tutela della madre, che farà la spola tra Marradi e Faenza "per accudire" entrambi. Giovanni Campana, il padre, maestro elementare a Marradi, rimane al paese.

A via Bondiolo 28, forse Dino ha modo di verificare da vicino e con orrore di essere, nel cuore della madre, secondo al fratello. E probabilmente per ven­dicarsi o richiamare l'attenzione su di sé, compie la prima di una serie di "stramberie", quella di collezionare ben ventuno assenze nel solo primo bi­mestre dell'anno scolastico 1900-1901.

Questi dati vanno collegati anche ai probabili traumi infantili precedente­mente provocati dalla tensione vissuta in famiglia, quando Mario Campana, lo zio paterno più giovane del futuro poeta orfico, gradualmente impazzì. I nonni e poi i genitori di Campana, diventeranno i tutori del "minorato". Dino ha soltanto cinque anni quando Mario comincia, intorno al 1890, a dar segni di "monomania religiosa e dubbiosa" e viene ricoverato due anni più tardi nel manicomio di Imola. Prima di quella data era stato ammesso in un convento «dove fu tolto in causa della sua mente disordinata". Ora, «assor­to interamente nella vita futura, poco è impressionato degli altri oggetti [...]. L'idea predominante però è quella di fuggire di casa affidandosi alla provvi­denza non potendo rimanere con persone che non dividono le sue idee esage­rate e che non sentono come lui il bisogno di salvare l'anima» (Gabriel Cacho Millet, Dino Campana fuorilegge, Palermo, Novecento, 1985, pp. 25-26, d'ora in poi DCF).

Se si sostituisce la parola provvidenza, scritta sul modulo manicomiale di Mario, con la parola poesia, si otterrebbe in anticipo un'indicazione abba­stanza precisa del percorso che il nipote poeta, anche lui, assetato di assoluto s'accinge ad intraprendere fino al quarto e definitivo ricovero in manicomio nel 1918, preceduto da una dichiarazione pubblica nella quale si autoaccuse­rà di essere il colpevole della guerra e della morte della poesia in Italia, che egli, "sacro custode" della sua purezza, non era riuscito a salvare per il suo amore con Sibilla Aleramo.

Cito il documento manicomiale sul ricovero di Mario Campana non per trovare un legame tra le perturbazioni dello zio e quelle del nipote, ma piut­tosto per mettere in rilievo, per ora, il clima che si trovò a vivere Dino Cam­pana bambino, con i nonni e i genitori alle prese con quel giovane maniaco religioso. Mario dà segni di pazzia e viene condotto in manicomio, «non po­tendo [...] essere curato e custodito nella propria abitazione», prima — per due mesi — all'Ospedale Psichiatrico di Imola nel 1892 e poi definitivamente in quello fiorentino di San Salvi, dove muore dopo nove anni di degenza, nel 1902.

La famiglia di Campana si è difesa col silenzio sia dallo spettro della follia di Mario, come da quella della cugina Giovanna Campana, figlia dello zio Francesco, Procuratore del re a Firenze e Pisa, malata di mente e morta a Bibbiena anni fa. Mentre non ha mai potuto tacere le difficoltà incontrate con Dino.

Elda Coppolino Campana, nipote di Dino, durante una conversazione avuta quest'anno a Marradi, mi ha confidato che soltanto da giovinetta venne a sapere di avere uno zio ricoverato in manicomio, perché «a casa non se ne parlava mai».

«Una volta, ricorda, ero ancora bambina, la zia Giovanna (Diletti Cam­pana, moglie di Torquato, fratello del padre), mi disse che io somigliavo tan­to al mio zio Dino. Io, che non sapevo di avere uno zio, chiesi ai miei chi fosse. Per tutta risposta mi venne detto che era un parente che si trovava molto lontano. E io non domandai più nulla. Anzi più tardi, lo zio Dino, che dal manicomio scriveva soltanto cartoline, richiese a mio padre di trovargli, fra gli altri libri, l’Iliade, ma in lingua originale — tutti i libri li voleva in lingua originale — e ricordo che fui io stessa a cercare l'introvabile volume in libre­ria e a inviarglielo poi a Castel Pulci».

Veniamo alla figura del padre del poeta, Giovanni Campana, maestro nel­la scuola locale, che quasi nello stesso periodo in cui il figlio comincia a dar segni di perturbazioni, e il fratello Mario muore in manicomio, accusa egli pure disturbi nevrastenici.

La lettera che egli scrive il 13 settembre 1906 ad Angelo Brugia, allora di­rettore del Manicomio di Imola (Pariani, pp. 13-14), dove Dino si trova rico­verato per la prima volta «per demenza precoce», secondo i Modula; e/o «per psicopatia grave», secondo Brugia, costituisce un documento unico per chi voglia indagare sui primi segni della malattia di Dino Campana e sul quadro famigliare nel quale si sviluppò:

 

Anni sono, una domenica mattina, si presentò a Lei un uomo vicino alla cin­quantina, panciuto, non molto alto, accusando disturbi nevrastenici. Ella su­bito non potè visitarlo perché doveva partire col treno e gli disse di attendere fino a sera. Infatti la sera Ella tornò, lo visitò e gli fece due ricette una delle quali io unisco alla presente per riconoscimento. Ebbene quell'uomo è il sotto­scritto, è il babbo di quel povero giovane di Marradi, ricoverato testé in codesto manicomio. Guardi di guarire mio figlio com'Ella guari me, ricorrendo ma­gari alla suggestione, se non gioverà la scienza. Egli ha la psiche esaltata avve­lenata, pervertita, non sente affetti e prende presto a noia luoghi e persone. Nel 1900, allorché egli cominciò a dare prova d'impulsività brutale, morbosa in famiglia e specialmente colla mamma, lo feci visitare al professor Alberico Testi di Faenza, il quale gli ordinò una cura di ioduro di sodio e mi consigliò di pazientare nella speranza che il giovane, dopo i vent'anni, si rimettesse. Nella primavera u.s. lo vide il professore Vitali di Bologna, il giudizio del qua­le Ella leggerà nell'acclusa lettera. Questo mio figlio fisicamente non è mai stato malato, fino a quindici anni è stato sempre di carattere un po' chiuso, ma sem­pre buono, obbediente e giudizioso nelle cose sue, sebbene alquanto disordi­nato. Sua madre è donna sana, energica, intelligente, risentita. Dopo il parto allattò da sé tranquillamente e andava altera della robustezza del suo bell'allievo.

 

A bollare Dino Campana per sempre col titolo di squilibrato non sarà il padre, ma un anonimo questore fiorentino che il 10 agosto 1906 scrive al sin­daco di Marradi (DCF, p. 37):

 

Proveniente da Genova è qui giunto accompagnat l'individuo controscritto. Risultandomi essere alquanto squilibrato di mente, lo faccio a mia volta ac­compagnare in codesto ufficio con preghiera a V.S. di volerne curare la conse­gna ai parenti con diffida ai medesimi di aver cura e vigilare attentamente il Campana Dino.

 

Il padre, forse impressionato dalla diffida del questore, fa visitare il figlio nel maggio 1906, a Bologna, dal professore Giovanni Vitali che riscontra nel "ragazzo tanto simpatico" «una forma psichica a base di esaltazione, per cui si rende necessario il riposo intellettuale, l'isolamento...» (Pariani, p. 14).

Per Dino è finita. L'alternativa è il manicomio oppure la fuga. Campana fugge clandestinamente in treno da Bologna con due soldi in tasca, nascosto nel gabinetto. Raggiunge Milano e poi la Svizzera e la Francia (Mario Bejor, Dino Campana a Bologna 1911-1916, Bagnacavallo, Società Tipografica Edi­trice, 1943, ora in SP, p. 287. Vd. anche, Dino Campana, La notte, in Canti Orfici, con il commento di Fiorenza Ceragioli, Firenze, Vallecchi, 1985, pp. 43-49). Improvvisamente il 30 luglio la questura fiorentina segnala la sua pre­senza a Bardonecchia, dove è stato fermato proveniente dalla Francia, non più studente, ma "scrivano" (DCF, p. 40). Rimpatriato, a Marradi il chirur­go Marco Mercatali lo dichiara affetto da "demenza precoce".

In un solo giorno — il 5 settembre 1906 — i notabili del paese, primo fra tutti il sindaco, si riuniscono e giurano che Campana Dino di Giovanni, di anni 21, da qualche tempo ha dato segni di "demenza precoce" e poi prov­vedono al suo ricovero nel manicomio di Imola. La pena poi e forse la colpa di aver lasciato che il figlio fosse cacciato "tra i morti viventi", inducono il padre a riprendersi il figlio, dietro la sua responsabilità e contro il parere del medico curante che dopo due mesi di osservazione giudica il malato "uno psicopatico grave". (DCF, p. 47).

Sei mesi più tardi, il 25 maggio 1907, il dottor Mercatali di Marradi, lo stesso che aveva prima riscontrato nel giovane "segni di demenza precoce", dichiara ora di averlo trovato «assai migliorato nelle sue condizioni di men­te. Non ha più nessun delirio» (DCF, p. 49).

Nei poderi marradesi di Cignato, del Corno e dell'Orticaia, Campana tra­scorre un periodo di tranquillità preparandosi ad una nuova avventura: emi­grare in Argentina. «Al Comune, si legge in un documento firmato dal sindaco il 31 marzo 1910, «giovava l'allontanamento del giovane" (DCF, p. 81) ma per predisporre il rilascio del passaporto per l'estero, «specie poi per la chie­sta destinazione, dove [...] non sono ammessi i dementi», il sindaco esige un certificato medico col quale «si attesta che egli (Campana) è perfettamente guarito dall'accennata malattia» (DCF, p. 55).

Il certificato medico richiesto gli viene concesso in due giorni — «ad inimi­co che fugge ponti d'oro» — e in altri due il passaporto che il padre andrà a ritirare il 9 settembre 1907. Dino è ora in grado di imbarcarsi per Buenos Aires.

Esito negativo hanno dato le indagini da me compiute in Argentina, per confermare il viaggio del Marradese in questo paese. Comunque l'analisi te­stuale di alcuni componimenti raccolti nei Canti Orfici, quali Pampa e Lette­ra a Manuelita Echegaray (non "Echegarray", SP, 49) non potrebbero essere stati scritti se l'autore non si fosse trovato in quel paese e in quel periodo storico.

Due argomenti a favore del soggiorno argentino del poeta sono: le testi­monianze della famiglia, specie quelle riguardanti le cartoline postali argen­tine, inviate da Dino ai suoi, ma che sono state smarrite, e l'assoluta mancanza delle tracce in Italia (fermi, arresti, fogli di via, rimpatri, liti, ricoveri in ospedali o manicomi) dal giorno in cui gli venne concesso il passaporto per Buenos Aires (7 settembre 1907), fino al 18 marzo, data in cui il Sindaco di Marradi scrive la minuta di una lettera al Procuratore del re per avvertirlo della sua decisione di ordinare l'immediato ricovero in manicomio di Campana "per misura di Pubblica Sicurezza" (DCF, p. 57).

Personalmente non ho dubbi sul viaggio del Marradese in Argentina, an­che se non sono riuscito, per ora, a documentare a Buenos Aires il suo in­gresso e soggiorno nel mio paese.

Questa fuga si conclude come la precedente, con un ricovero in manico­mio, questa volta perché resosi «assai pericoloso in quanto minacciava an­che con le armi e nelle ore notturne pacifici cittadini». Tuttavia, quando i carabinieri lo arresteranno l’8 aprile 1909 chiedendo di provvedere «all'im­mediato rinvio in manicomio essendo il Campana riconosciuto per matto fu­rioso dal Dottor condotto del luogo», scriveranno poi nel verbale che «perquisitolo sulla persona non gli si rinvenne alcun arma» (Caroline Mezey, Dino Campana's Return from Belgium: Four Unpublished Documents, "The Modem Language Rewiew", 1983, p. 833, ora in DCF, pp. 58-59).

Questi episodi sulle minacce notturne del poeta degli Orfici, sono stati sen­z'altro ingranditi dalla fantasia dei suoi concittadini.

Anacleto Francini, più noto con lo pseudonimo di Bel Ami, grande amico di Campana, al punto che corre voce che abbia corretto insieme a lui le bozze dei Canti Orfici, scrisse una sorta di commedia musicale dal titolo Il marcia­piede alla ribalta, rappresentata nell'agosto 1910 nel locale "Teatro degli ani­mosi" nella quale Campana interpretò il personaggio del Coro accompagna­to al pianoforte da Elisabetta Francini, sorella del commediografo e ancora vivente.

Le parole del Coro dicono nella loro goliardia in che cosa consistessero veramente le minacce di Dino nelle ore notturne contro i suoi pacifici conter­ranei (Vd. Dino Campana, Le mie lettere sono fatte per essere bruciate, a c. di Gabriel Cacho Millet, Milano, All'Insegna del Pesce d'oro, Fiesole, Cen­tro documentazione avanguardie storiche Primo Conti, p. 217):

 

Coro — Noi siamo i giovani festevoli che a frotte

Giriamo la notte — giriamo la notte

E disturbiamo con le nostre veglie liete

la pubblica quiete — la pubblica quiete

 

 

Chi se ne cura — dei dormiglion

Sepolti vivi — sotto i coltron

Se la notte c'invita

A godere la vita

Che importa a noi — se i carabinier

Di tratto in tratto — ci fan tacer                        

Noi giochiam — noi beviam — noi cantiam!

 

Durante l'arresto avvenuto a Marradi, in via Fabroni, Dino «non oppose resistenza ma, appena entrati [in caserma], cominciò a tirare pugni e calci e gridare «vigliacchi, spie» sputando nel viso all'indirizzo di noi tutti carabi­nieri». Rinchiuso «a viva forza» in camera di sicurezza, i carabinieri redigo­no il verbale e il sindaco, insieme al medico condotto, i Modula informativa per l'ammissione nel manicomio di San Salvi del "mentecatto", poiché il gio­vane «è pericoloso per le persone di famiglia e per gli altri». La diagnosi sul­la forma di pazzia attuale è identica a quella indicata nei "Modula" di tre anni prima, per il ricovero nel manicomio di Imola, tranne che nelle parole Demenza precoce che qui, invece di essere seguite da un punto interrogativo come nel 1906, sono seguite da un doppio punto di domanda ("Demenza pre­coce??") (Mezey, pp. 835-836, ora in DCF, p. 61).

Campana venne condotto e consegnato come malato di mente al manico­mio fiorentino all'indomani, il 9 aprile 1909, accompagnato da un uomo di Marradi, tale Gaetano Palli, su un barroccio — un piccolo carro a due ruote, con sedile a due posti, trainato da un cavallo — per i 63 chilometri che dista­no da Marradi a Firenze. Queste circostanze esterne, riguardanti il secondo ricovero in manicomio del poeta, sono in sé irrilevanti, ma utili a smentire quanti, nel colorare il racconto sulla partenza dal paese, lo dipinsero davanti al Comune di Marradi, in piazza Le Scalelle, "fra due gendarmi", come Pi­nocchio. Trascrivo la ricevuta manicomiale che documenta l'episodio, da me raccolta precedentemente in volume (DCF, p. 67):

 

Manicomio di Firenze

(Clinica)  A dì 9-IV-1909

 Da Palli Gaetano...

è stato qui condotto e consegnato come alienato di mente... Campana Dino

per il Direttore [firma illegibile]

 

Nei "Modula informativa" per questo ricovero di Campana in manico­mio si legge che Fanny [Francesca] Luti, la madre — descritta da sempre co­me una donna severa, rigida "risentita", bigotta, oggetto della brutalità del figlio, che la odia perché lo preferisce al fratello più piccolo, solita ad assen­tarsi di casa per qualche giorno, all'improvviso, magari senza un motivo plau­sibile — è dovuta, dicono i "Modula", andar via di casa per l'odio speciale che il figlio nutre verso di lei. Questa osservazione del compilatore dei "mo­dula", nella sua brevità, mette in questione l'immagine, trasmessa finora, di Fanny Luti, madre in fuga dal focolare, la cui perturbazione sarà vincola­ta poi alla mania di vagabondaggio del figlio. È abbastanza illuminante, per quanto riguarda le dicerie sul bigottismo di Fanny Luti, il suo atteggiamento di fronte alla relazione del figlio con Sibilla Aleramo. Per una donna religio­sissima, nel primo Novecento, quel rapporto che il figlio sta vivendo con la scrittrice, è quanto meno una sorta di concubinato intollerabile. Ma lei non si strappa i capelli: accetta la situazione senza gridare allo scandalo, suggeri­sce a Sibilla di legalizzare l'unione e si sorprende, quando riceve una lettera di Dino nella quale l'avverte di non essere più insieme a Sibilla (Vd. Dino Campana — Sibilla Aleramo, Un viaggio chiamato amore. Lettere 1916-1918, a c. di Bruna Conti, Roma, Editori Riuniti, 1987, pp. 77 e 81).

Più tardi, quando Dino si trova definitivamente rinchiuso nel Manicomio di Castel Pulci, sarà lei, e non il marito, che ha il coraggio di andare a trovar­lo. Ed è a lei che alla domanda di rito: «come stai, figlio mio» Dino rispon­de: «come vuoi che stia? Come uno che è in manicomio». Il padre, invece, non andrà mai a visitarlo a Castel Pulci, perché, come diceva ai suoi ex allie­vi marradesi, «non gli reggeva il cuore» (Gabriel Cacho Millet, L'altro Cam­pana, "Prospettive Settanta", III, 1977, 1, p. 105).

Al San Salvi Campana rimane soltanto 16 giorni. I medici, non riscontrando in lui sintomi di alienazione mentale, lo dimettono il 26 aprile 1909.

Dino è di nuovo libero con grande disappunto delle autorità comunali che avevano creduto di aver sistemato Il mat per sempre.

Secondo un documento inedito, scoperto di recente all'Archivio del Co­mune, Campana nei primi giorni di libertà ritrovata, non vuole restare a Mar-radi e, con una lettera rispettosissima, chiede alle autorità comunali un passaporto per l'estero. Scrive Campana di suo pugno il 12 maggio 1909, quin­dici giorni dopo essere stato dimesso dal Manicomio di San Salvi:

 Signor Sindaco di Marradi
 
Il sottoscritto fa rispettosa istanza alla S.V. al fine di ottenere un passa­porto Governativo per la Svizzera
Con perfetta osservanza                                                                                                                                                                                       Dino Campana di Giovanni
Marradi 12 Maggio 1909 

Non sappiamo se questo passaporto venne concesso, e se il secondo viag­gio in Svizzera ha luogo in questo periodo. Ma sicuramente il Sindaco lo ri­fiutò, perché tre giorni dopo, cioè, il 15 maggio, chiede e ottiene un passaporto per l'interno, secondo la documentata ricostruzione di Walter della Monica (Mitomanie di Dino Campana, in "Il Resto del Carlino", 3 settembre 1974, p. 11).

Partito il figlio, non si sa per quale destinazione — a settembre lo trovia­mo a Livorno, affetto da "ascesso piede destro" e febbre a 39, — al padre non resta che pagare la "spedalità" manicomiale: «lire 2,50», al giorno, dal 9 al 26 aprile, non senza prima avvertire il Sindaco che «in avvenire io non mi terrò mai responsabile delle spese alle quali potessero andare o fare in­contro i miei figlioli», aggiungendo, come se tutti e due si trovassero nelle stesse condizioni, «entrambi maggiorenni» (DCF, p. 67).

Un diverso atteggiamento osserverà invece al momento di riempire il mo­dulo relativo alla Relazione-Annuale dell'anno scolastico 1913-14, quando alla voce su "altri proventi", oltre lo stipendio di maestro, risponde: «No, disgraziatamente». E ancora: «È a suo carico un figlio di 29 anni incapace di guadagnarsi da vivere» (DCF, p. 115).

Un anno dopo il secondo ricovero, Dino si trova nuovamente in manico­mio, questa volta all'Asile des Hommes aliénés di Tournai (Belgio), degenza preceduta da una sessantina di giorni di reclusione nel carcere di Saint Gilles a Bruxelles. Dal certificato medico, emesso dal manicomio belga il 20 feb­braio 1910 da Charles Cuylits, "docteur en medicine" (DCF, p. 79) che ha visitato personalmente Campana, si ricava che il giovane è affetto da una ma­lattia i cui sintomi sarebbero: «Dégénerescence mentale, caractère déséquili-bré [...] tendence à la paresse [...] au café [...] a Palcoolisme». Ho usato la forma condizionale perché il paragrafo riguardante i sintomi risulta pratica­mente illegibile nella trascrizione del certificato, per ora la sola disponbile conservata al Comune di Marradi.

Il dottor Cuylits suggerisce nel suo certificato, come misura indispensabile «tant dans l'intérèt de sa sante que de la sécurité publique, de le colloquer dans un établissement special pour y ètre soumis au traitement que reclame son état».

La Legazione belga intanto inizia con le autorità italiane le procedure per il rimpatrio. Il ritorno del suddito italiano da Tournai è atteso al comune di Marradi con due lettere (DCF, pp. 81-84) del Sindaco al Prefetto di Firenze, scritte al solo scopo di far sì che il demente venga trasferito direttamente da una casa di salute straniera (Tournai) ad una italiana (San Salvi oppure Imo­la). Al Comune, si legge in una delle missive, «giovava l'allontanamento del giovane» e pure alla famiglia «che ha appena i mezzi sufficienti per il pro­prio mantenimento».

Inoltre, essendo il padre del Campana maestro elementare, «e non convi­vendo con lui che la moglie, non potrebbe assumersi la grave responsabilità di tenere il demente presso di sé».

A salvare Dino da un ennesimo ricovero in manicomio è il medico della prefettura di Firenze, dottor Barzellotti, il quale dichiara che attualmente nel

"Campana Dino non si riscontra verun segno di alienazione mentale né altri sintomi che possano giustificare la sua ammissione d'urgenza al manicomio» (DCF, p. 85).

In base a tali assicurazioni il padre «à acconsentito a ricevere nuovamente presso di sé il giovane» (DCF, p. 86).

È ancora da interpretare l'insolita dcomanda dell'anno successivo, al rim­patrio dal Belgio, presentata da Dino alla Prefettura di Firenze (novembre 1911) per chiedere di essere ammesso al concorso di alunno delegato (vice­commissario). La polizia, i carabinieri e anche i flic (le forze dell'ordine francesi e belghe) erano stati, secondo quanto scrisse, una delle cause della sua rovi­na. In Argentina però egli stesso aveva fatto il poliziotto, (pompiere «con l'incarico di mettere l'ordine», Pariani, p. 52).

Cosa lo aveva spinto a voler diventare uno sbirro?

Voleva forse rovesciare la sua condizione di "avanzo di galera", di perse­guitato in persecutore?

Il Ministero dell'Interno comunque rifiutò la domanda, perché il richie­dente «non trovasi in possesso di tutti i requisiti dall'avviso di concorso» (DCF, p/100).

Più importanti per indagare lo sviluppo della malattia di Dino Campana nell'arco dei sette anni che ancora gli restano di vita civile, prima del quarto e ultimo ricovero in manicomio nel 1918, sono due singolari eventi diversa­mente interpretati dai biografi, e che a giudizio di alcuni, sconvolsero il già fragile equilibrio psichico del poeta. Gli eventi sono: lo smarrimento del ma­noscritto Il più lungo giorno per opera del Soffici, alla fine del 1913, e il sel­vaggio rapporto sentimentale con la scrittrice alessandrina Sibilla Aleramo, iniziato nella estate del 1916.

Quando nel 1971 venne ritrovato il quaderno smarrito da Soffici nel 1913, Il più lungo giorno, inizialmente si parlò di "un eccezionale ritrovamento" (Mario Luzi, Un eccezionale ritrovamento fra le carte di Soffici. Il quaderno di Dino Campana, "Corriere della Sera", 7 giugno 1971), poi, visto e letto il manoscritto, di "delusione". «Delusione [...] rispetto all'illusione che in tanti anni, s'era venuta consolidando in noi, e che ci aveva sempre più porta­to a rimpiangere nel manoscritto una perfezione perduta» (Enrico Falqui, Pre­fazione, in Dino Campana, Il più lungo giorno, a c. di Domenico de Robertis, Archivi di Arte e Cultura dell'Arte moderna, Roma, Vallecchi, Firenze, 1973, p. XVI).

La delusione che seguì al confronto degli "imperfetti canti" con i Canti Orfici, fu tale da lasciar chiaramente intendere che in fondo la perdita del manoscritto, se pur per l'uomo Campana rappresentò una tragedia, «una pe­na lacerante» (Falqui, p. XXIV) «una ferita che non rimarginerà più com­pletamente» (Gerola, p. 55), per il poeta, invece, costretto a riscrivere l'intero libro e a cercare, indipendentemente dal quaderno perduto, una perfezione che altrimenti non avrebbe mai raggiunto, una fortuna.

La penosa circostanza dello smarrimento del manoscritto da parte di Sof­fici, come causa della riscrittura dei Canti, potrebbe rivelarsi oggi un falso storico, alla luce di un documento ritrovato recentemente nell’Archivio Lorenzo Gigli di Torino, per opera degli studiosi Fernanda Gigli e Giuseppe Risso (Dino inedito, in "Tuttolibri", 1° luglio 1989).

Il documento — una lettera — conferma quanto Soffici ebbe a scrivere a proposito del silenzio osservato da Campana verso di lui e Papini a partire dall'ultima laconica cartolina (spedita) con la quale chiedeva la restituzione dei manoscritti il 4 febbraio 1914 (SP, p. 59).

Ardengo Soffici, che pure ha descritto Campana nella sua prima appari­zione a Firenze come un "Arlecchino" picassiano, dice invece il vero quan­do scrive riguardo al manoscritto perduto, di aver domandato tempo a Campana per rintracciarlo. «Tentai infatti di farlo: ma inutilmente: pensavo del resto che la cosa non fosse di grandissima urgenza, tanto più che Campa­na, dopo quella prima richiesta, non aveva fatto alcun'altra pressione, e anzi non dava nemmeno più alcuna notizia di sé. Passarono così vari mesi...» (Ar­dengo Soffici, Ricordi di vita artistica e letteraria, in Opere, VI, Vallecchi, Firenze 1965, pp. 85-86). Ma Soffici tace su un particolare decisivo e che sol­tanto ora è venuto alla luce, cioè, che la notizia dello smarrimento del qua­derno venne da lui comunicata a Campana soltanto il 22 settembre del 1914, tre mesi dopo la firma del contratto per la stampa dei Canti a Marradi, avve­nuta il 7 giugno 1914. \

Ciò vuol dire che Dino Campana fuggì sui'monti marradesi, e che là scris­se «in qualche mese i Canti Orfici includendo cose già fatte» (Lettera a E. Cecchi, marzo 1916, in SP, 139) e ignorando in assoluto che il manoscritto era stato già smarrito.

Il primo e meritorio biografo di Campana, Gino Gerola, ha giustificato il ritardo del poeta nel richiedere la restituzione del manoscritto, perché Cam­pana, conscio "dell'effettivo valore dei suoi scritti, si aspettava che fossero Papini e Soffici i primi a parlargliene" (Gino Gerola, Dino Campana, San­soni, Firenze, 1955, pp. 42-43). In realtà, Campana non fece pressioni, per­ché gli venisse restituito il quaderno, a chi due anni più tardi qualificherà come voleur, perché in quei primi mesi del '14 era letteralmente dominato dall'i­dea di scrivere un libro orfico, del quale il dannunziano Più lungo giorno era soltanto una lezione». E perché ORFICI? Campana impiega la parola una volta soltanto e lo fa per qualificare i Canti.

Neuro Bonifazi comunque sottolinea che Campana a questo punto ha co­nosciuto «tutta la lezione esoterica», ma «la sollecitazione più recente deve essergli venuta proprio dalla Francia, attraverso un personaggio noto come introduttore del wagnerianismo nella coltura francese, cioè, Edoardo Schuré, che è anche l'autore dei Grandi Iniziati (Neuro Bonifazi, Dino Campana, ed. dell'Ateneo, Roma, 1964, p. 92). Che questa relazione ci sia stata, lo con­ferma indirettamente Federico Ravagli nel suo volumetto (Dino Campana e i goliardi del suo tempo, Marzocco, Firenze, 1942, pp. 126-127), quando rac­conta del Marradese che d'improvviso scomparì all'inizio del '14 da Bolo­gna. «Quando riapparve, nota il Ravagli, era di buon umore: e ci comunicò la notizia sensazionale. Era stato a Marradi, e là aveva preso accordi con un tipografo per la pubblicazione di un volume intitolato Canti Orfici. Orfici? La parola non ci parve chiara. E Campana disse allora di Orfeo, di misteri orfici, di potenza dionisiaca, di miti cosmici. Non ricordo se fu lui a sugge­rirmi la lettura del capitolo su Orfeo nel volume Grandi Iniziati».

Dopo il "successo" ottenuto negli ambienti universitari bolognesi con i te­sti pubblicati sul "Papiro" e sul "Goliardo" e ascoltati gli amici studenti che gli dicevano di avere sbagliato facoltà e che avrebbe dovuto studiar Lettere invece di Chimica, Campana scopre "Lacerba" e i futuristi a Firenze.

Qualche traccia delle sue letture "lacerbiane" si ritrovano, a composizio­ne finita, in // più lungo giorno, in particolare le citazioni all'inizio del ma­noscritto del Giornale di bordo di Soffici (Nietzsche, Gide, ecc.). Poi, nel maggio 1913, ci ripensa, e scrive a Papini da Genova, criticando duramente "Lacerba" e definendolo un giornale "monotono, molto monotono: l'im­mancabile Palazzeschi, il fatale Soffici: come novità: Le cose che fanno la Primavera" di Govoni (SP, p. 53).

A Bologna, da dove era "scomparso" all'inizio del '14 — stava riscriven­do i Canti tra i monti a Marradi — aveva avuto modo di conoscere Riccardo Bacchelli, Francesco Meriano e il critico del "Mattino", Bino Binazzi. Ed è a questo "giornalista" che molto probabilmente Campana deve l'indirizzo orfico, le prime letture dell'opera di Schuré e il titolo del suo unico libro. Infatti, Binazzi è l'autore di una poesia scritta nel 1907 e raccolta tre anni più tardi (Vd. Turbini primaverili, Ed. de "La Vita Letteraria", Roma, 1910, ora in Poesie, edizione completa, con introduzione di Ardengo Soffici, Val­lecchi, Firenze, 1934, p. 77) col titolo Canto orfico, accompagnata da una citazione dei Grandi Iniziati che dice: «...et la lumière est aussi la parole de vie/Schuré».

TVIemore della lettura delle poesie di Binazzi — alcune le sapeva a memoria — ha testimoniato Leonetta Cecchi Pieraccini — Campana chiese nel 1915 all'amico che lo credeva «il meglio favorito degli Dei tra i poeti d'Italia», «i due libri giovanili» (Canti sereni e Turbini Primaverili), nell'ultimo' dei quali venne raccolto il Canto orfico, che Binazzi aveva dedicato ai suoi "di­scepoli".

In questo ambito c'è da segnalare che Bino Binazzi, al momento di fonda­re a Bologna insieme a Meriano il foglio letterario "La Brigata" parla nella presentazione (Promessa, "La Brigata", I, 1, Gennaio 1916, p. 1) dell'im­portanza «di quella sfuriata dionisiaca in cui sono sviluppate nuove energie e si è concretato anche qualche capo-lavoro». E, nello stesso scritto avverte: «Proclamiamo la piena esaltazione lirica in senso orfico». Uscito il primo numero de "La Brigata", Raffaello Franchi ("Humanitas", VI, 36, 27 ago­sto 1916, p. 279) lo recensisce insieme ai Canti Orfici di Campana: «A Bolo­gna Binazzi, scrive Franchi, per quanto confusamente e benché quel che ci offre non ci contenti in quel senso dice di voler fondare una rivista in cui la poesia sia intesa in senso orfico». E aggiunge: «I Canti Orfici di Campana stanno agglutinando e fortificando la nostra atmosfera».

L'ipotesi qui delineata sull'origine dell'orfismo campaniano dovrebbe es­sere più approfondita, studiando meglio il poeta Binazzi, le cui carte e ma­noscritti sono stati donati dalla figlia Giovanna alla fondazione Primo Conti, di Fiesole. E ora torniamo alla «riscrittura» dei Canti.


Accenni sull'ordinamento della nuova raccolta si trovano nel Taccuino Faen­tino (a.c. di Domenico de Robertis, Firenze, Vallecchi, 1960, p. 66), dove l'autore include, ad esempio, la novella Il russo, che non figura tra i compo­nimenti de' Il più lungo giorno. A sostegno dell'ipotesi del libro composto ex-novo, c'è il ritrovamento fra le carte di Papini di una parte di quel che potrebbe considerarsi un altro manoscritto (ora acquistato dalla Regione Emilia Romagna e destinato, a quanto pare, alla Biblioteca di Cesena, essendo stato scorporato con altre carte dal resto del Fondo Papini per opera degli eredi, prima dell'acquisto della Regione Toscana e della sua successiva consegna alla Fondazione Primo Conti di Fiesole). Si tratta di 18 fogli (mm 210 x 310) contenenti forse le prime versioni di Crepuscolo [Crepuscolo mediterraneo], Pampa, Dualismo - Lettera aperta a Manuelita Etchegarray (sic!), Il russo (storia vera), che, aggiunte alle carte già restituite da Papini il 28 gennaio 1916, (SP, 135) e delle quali nulla si sa circa il contenuto, rappresentano, se non l'equivalente al quaderno smarrito, una buona parte di esso, e di cui Campana potè anche fare a meno nella stesura del '14.

Allora, ci si chiederà, dove sono andati a finire gli sfoghi, le minacce, i coltelli e gli insulti di Dino Campana perché gli venissero restituiti i manoscritti?

Quelle richieste di restituzione di carte, alcune sotto la minaccia di venire a Firenze "con un buon coltello" (SP, p. 134) o di non mai perdonare il loro "sequestratore" (SP, p. 129), non sono state pronunciate da Campana nel periodo in cui ne avrebbe avuto bisogno per riscrivere i Canti ma addirittura due anni più tardi, in coincidenza con uno stadio della sua malattia, nel qua­le egli sente di trovarsi "agli estremi".

Disperato, il poeta vorrebbe seguire il consiglio datogli da Emilio Cecchi di "fare un bel libro", con i frammenti raccolti nei Canti. «Intanto, gli fa notare ancora Cecchi, tutta la storia spiacevole del suo manoscritto, non ha impedito al suo libro di uscire, e a lei d'esser riconosciuto e ogni giorno più apprezzato pel suo libro» (SP, p. 144). Il critico si preoccupa anche della sa­lute del marradese. «Cosa fa di cura pel suo disturbo nervoso?» (SP, pp. 144-45). Campana non sembra pensare alla cura e assicura l'amico che se è ancora vivo «è tutta testardaggine» sua (SP, p. 148). L'idea dominante ora è quella suggeritagli dall'amico: «ristampare i Canti in una scelta, con le ulti­me cose, e una buona edizione» (SP, p. 159).

Per fare questa scelta ha bisogno di consultare tutte le sue carte perché «forse alcune idiotaggini non c'erano nel manoscritto di Soffici» (SP, p. 141). Ed è allora e soltanto allora, nei primi mesi del '16, quando è anche disposto, in cambio della sicurezza della stampa, a dedicare a Marinetti, che non sti­ma, «gli ormai noiosi canti orfici», che in Campana esplode incontenibile il desiderio di riavere le sue carte. Ormai è certo, scrive a Mario Novaro, «che né da vivo e tanto meno da morto si avrà ragione di me» (SP, p. 136) e rivuo­le i manoscritti perché è in cerca di una perfezione che sente ormai impossibi­le. I versi del Quaderno: «oh poesia tu più non tornerai», danno forse il suono di quello che è ora l'uomo Campana.

Ed è questo l'uomo, ammalato da sette mesi di "congestione cerebrale" e di "un po' di indebolimento dei centri circolatori al lato destro" (SP, p. 149), in preda ad un crescente delirio di persecuzione e d'annientamento, e che concepisce tutto, anche nella sua frammentaria produzione poetica come "un addio all'Italia" e alla vita, che Sibilla Aleramo incontrerà nell'estate del '16.

A tali estremi di disperazione, Campana era arrivato dopo il rifiuto delle autorità militari di farlo partecipare alla Grande Guerra, riformandolo per la terza volta (la prima, il 4 agosto 1904 «per non aver superato gli esami al grado di sergente», al 40° Reggimento Fanteria "Bologna", — la doman­da però per l'ammissione, venne accolta dallo stesso reggimento di stanza a Ravenna il 18 dicembre 1903, e non a Modena come da altri erroneamente è stato scritto; la seconda, quale soldato della leva sui nati nell'anno 1885 — «assegnato alla 1a categoria» venne successivamente riformato al corpo nel 1906, «perché al manicomio» — la terza quale volontario a Firenze, nel luglio 1915 per "vizio di mente"; e la quarta, ancora a Firenze il 19 novem­bre 1917 "per demenza precoce".

Riferendosi alla traumatica esclusione militare del '15, scrisse a Soffici nel luglio di quell'anno: «[...] Ero venuto [dalla Svizzera] in Italia per la guerra, ma ora che la mia partecipazione non è stata ritenuta necessaria my thoughts bend again toward France» (SP, p. 87). Non essendo riuscito ad ottenere il passaporto per l'estero, resta in Italia, finché a Firenze scopre di avere «una gamba molto più pesante [...] dell'altra» (SP, p. 92), «un principio di parali­si vasomotoria al lato destro» (SP, p. 116). Ricoverato all'ospedale San Fran­cesco di Marradi, alle ore 10,1/4 del 25 ottobre 1915, con febbre a 37,4, il referto medico inedito, (ritrovato dall'ex sindaco di Marradi Giuseppe Tara-bussi che ringrazio vivamente) indica che il malato è affetto da "nefrite". Dopo 26 giorni di degenza, si legge ancora nella cartella, Campana Dino è "partito volontariamente" alle ore 17 del 19 novembre 1915. Alla voce "esi­to" della cura, i medici scrivono "guarito".

Bino Binazzi, uno degli amici più cari a Campana, scrisse, quando il poeta era alla ricerca disperata di un ospedale per sottoporsi a una cura (SP, p. 105): «Tutti i fenomeni dolorosi che mi accusi mi fanno pensare di non sba­gliare affatto nella diagnosi». E, sperando che si tratti soltanto di un esauri­mento nervoso, Binazzi gli suggerisce: «[...] simili generi di malattie si curano meglio collo svago, col nutrimento e col riposo mentale, congiunti a qualche cura ricostituente specifica per mezzo di ingestioni di fosfati». Ma per Cam­pana la diagnosi è "congestione cerebrale" (SP, p. 116) e per guarire ci vo­gliono "le sanguisughe" che egli, «ultimo avanzo dei barbari in Italia», s'attacca da sé.

In ogni modo, né la cartella medica sopracitata, né nessun'altra, né il rac­conto degli amici, fanno riferimento a sintomi relativi alla presenza di lue, in Campana, ipotesi avanzata negli ultimi anni come con causa della follia. Se è pur vero che simile ipotesi non può essere esclusa, fino ad oggi nessun referto medico dei numerosi venuti alla luce, lo documenta. Far ricorso al poemetto L'incontro di Regolo (Canti Orfici, pp. 275-77), dove Campana traccia un ritratto dell'amico «impestato a più riprese, sifilitico alla fine», incontrato per caso a Genova nel ' 12, a prova della presenza del mal de Na­ples in Campana e della data della sua trasmissione, mi sembra un'operazio­ne disonesta. Non vedo poi come Campana, nato perdente, abbia desiderato riflettersi nell'immagine di Regolo, da lui dipinto «con in cuore il demone della novità che lo gettava a colpi di fortuna che gli riuscivano sempre...».

A conferma ancora dell'ipotesi citata, e per ora indimostrabile, si è accu­sata Sibilla Aleramo di aver abbandonato Campana alla fine del gennaio 1917, non appena la donna venne informata da un noto medico fiorentino di esse­re la compagna di un malato affetto da lue.

Il carteggio d'amore Aleramo - Campana (Un viaggio chiamato amore, cit.) documenta il delirio selvaggio in cui gli amanti vissero inizialmente il loro rapporto amoroso. La donna, in preda ad una sorta di maledettismo istinti­vo pur sapendo di andare incontro ad un uomo già pazzo, «non volle creder­lo tale» (Le mie lettere, p. 92). Egli, invece, malato che attende da lei la salvezza e che in qualche modo spera di guarire per impiegarsi, non essendo più capa­ce di scrivere, si lascia sedurre.

Questi amori diventano in brevissimo tempo un combattimento sado­masochista, nel quale a cadere per prima è Sibilla, battuta, ferita e "con un occhio pesto", ma chi ha veramente perso è Dino.

Alzandosi, lei vede che il suo diretto avversario nel fondo non è Campana, ma il suo male. Un male del quale, per amore di lui, vorrebbe a sua volta morire. Il 25 gennaio 1917 scrive al suo mecenate Angiolo Orvieto una lette­ra ritrovata con altre da Caterina del Vivo ("Il Vieusseux", 1, Gen-Apr. 1989, pp. 68-69), dove si legge:

 

Vi prego, mandatemi per lui [Dino Campana] un biglietto da cento, che gli permetterà di partir subito per le Alpi dove gli ho trovato un rifugio e dove rimarrà alcuni mesi che speriamo gli gioveranno.

 

Per avere ancora dei soldi e aiutare Campana, Sibilla si era rivolta anche al mecenate e pittore fiorentino Gustavo Sforni, prima che Dino fosse visita­to dal Professor Tanzi, sopraintendente e poi direttore del manicomio di San Salvi. Sibilla avverte il mecenate sulla malattia dalla quale Dino Campana è affetto "da molto tempo": nevrastenia acuta. E aggiunge che lo psichiatra Tanzi ha prescritto all'amico «un lungo soggiorno in una casa di salute». Con queste ultime parole Sibilla rettifica quelle cassate nella brutta copia, dove diceva che Campana aveva bisogno di andare «in montagna in assoluta pace e lontananza».

«Evidentemente, nota Bruna Conti (Un viaggio chiamato amore, pp. 71 e 127), la precisazione venne fatta dopo la visita medica e smentirebbe le re­centi ipotesi che la diagnosi fatta da Tanzi fosse quella della sifilide, così co­me il tono farebbe escludere l'abbandono di Campana da parte dell'Aleramo».

Nella lettera a Sforni, Sibilla osserva ancora che Campana «è quasi sem­pre in città Firenze dove abito io». E malgrado che Cecchi l'avesse scongiu­rata di «rompere ogni rapporto con Dino» (Le mie lettere, p. 93), se voleva mettersi in salvo, fino alla partenza dell'amante per le Alpi piemontesi, gli rimarrà accanto, fedele al suo primo proposito d'amore e di morte: «E amai Campana per non lasciarlo solo nella sua follia».

Ritengo ancora che il quadro familiare di Campana è in sé così fecondo da permettere un'analisi del suo "male" senza ricorrere all'ipotesi della lue, anche se debbo prendere atto che la stampa in genere, compresa quella spe­cializzata, ha ripreso il sospetto sul poeta pazzo perché sifilitico, come un dato di fatto e non come un'ipotesi da dimostrare scientificamente.

L'ultimo anno di vita civile di Dino Campana, prima di essere ricoverato per la quarta ed ultima volta in manicomio il 12 gennaio 1918, perché «affet­to da alienazione mentale e urge sia internato nel manicomio provinciale» (Vd. Marco Moretti, E Campana entrò in manicomio, "La Nazione", 3 agosto 1985), appare segnato dal suo quarto tentativo di essere arruolato. All'amico Bino Binazzi aveva scritto il 3 ottobre 1917: «[...] sono triste a morte, e pre­sto muoio, il che m'impedirà d'andare soldato il 19» (SP, p. 123). Ma arruo­larsi nel '17 per Campana, voleva dire reinserirsi ancora nel mondo civile, e tuttavia quest'ultima chance gli verrà negata. A Riccardo Bacchelli il 19 ottobre, lo stesso giorno in cui venne riformato, scrive: «Esco adesso dall'O­spedale Militare, in che stato. Avrai visto che da due anni non fo più nulla. Sono molto ammalato. Ora poi passo quasi tutto il giorno a letto (Elisabetta Graziosi, Campana, Cardarelli e Bacchelli: lettere e documenti inediti, "Fi­lologia e critica", an. XIII, fas. 1, gen-apr. 1988, p. 84).

Nel mese precedente, proveniente da Lastra a Signa, si era presentato nella Birreria fiorentina (Pilsen) e, davanti ai giovani futuristi che ruotavano in­torno ali"'Italia Futurista", il giornale dove compariranno le sue ultime pa­role sulla letteratura (Il trionfo dei "Fuochi di Bengala", "L'Italia Futurista", 18 novembre 1917, p. 4), cominciò a parlare con un tono "insolitamente tri­bunizio". «Guardate che qui siamo in piena guerra, questa guerra spavento­sa, tragica... Sappiate che il colpevole della guerra sono io, che la causa di questa guerra è il mio amore con Sibilla Aleramo» (Primo Conti, La gola del merlo, Memorie provocate da Gabriel Cacho Millet, Firenze, Sansoni, 1985, p. 153).

I giovani amici interpretarono il suo discorso come "il primo avviso della sua definitiva scomparsa dalla vita civile».

È il momento in cui Campana affoga il suo tormento nell'alcool.

Forse l'unica consolazione è un sogno «con un'enorme sanguisuga rossa e violetta. È la sua chiara conoscenza delle cose senza che lui empiricamente le sappia» (Lettera di Leonetta Cecchi Pieraccini al marito del 4 gennaio 1918, in DCF, p. 145). Ma questo è già l'uomo di Castel Pulci, descritto dal medi­co Pariani, come affetto da pazzia dissociativa primaria. Agli psicanalisti, agli psichiatri e agli storici della psichiatria in Italia il compito di interpretare il male occulto dietro a queste tre parole. A me non resta altro che ripetere con Campana: «[..] sembra che si sia fatta un'idea inesatta del mio carattere; io faccio l'orso, lo strambo, solo con quelli che non hanno gli elementi di sensibilità per cui ci si possa intendendere: per il bisogno di sfuggire a dei fastidiosissimi tintillamenti». (SP, p. 91) Oppure: «Ora tutto potesse per un momento almeno ritornar divinamente semplice e uno» (SP, pag. 232).

 

Soprattutto, "uno".

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