Gabriel Cacho Millet e Italo Calvino, solfeggiando "Genova"

                            Con Calvino, solfeggiando "Genova",  a Buenos Aires        

di Gabriel Cacho Millet

 

 

Non ho mai saputo cosa sia veramente accaduto il giorno dell'inaugurazione dello stand italiano nella  Xª Edición de la Feria Internacional del Libro tenuta a Buenos Aires nel 1984. L'episodio, comunque ha a che fare con una mia versione in spagnolo della poesia  Genova  con cui  Dino Campana ha voluto chiudere il suo unico libro, Canti Orfici.

Ero stato invitato insieme a Italo Calvino all'evento col compito di parlare dei soggiorni in Argentina di Dino Campana (1908) Carlo Emilio Gadda (1922) e Luigi Pirandello (1927, 1933). Calvino, ospite ufficiale, doveva invece inaugurare lo stand italiano analizzando  le sensazioni che provava ogni volta che visitava una grande esposizione  al momento di perdersi "in questo mare di carta stampata, in questo firmamento sterminato di copertine colorate, in questo pulviscolo di caratteri tipografici".

 

Il libro e i libri, aveva intitolato Calvino il suo discorso, nel quale avrebbe raccontato della vertigine che sentiva davanti ai libri: "l'apertura di spazi senza fine come una successione di specchi che moltiplicano il mondo".

Non credo di esagerare dicendo che quelle sue parole ultime - morì qualche mese dopo - erano un  po'  il suo testamento letterario.

Calvino avvertì  dal nord dell'Argentina, dove aveva viaggiato insieme a sua moglie Chichita, che molto probabilmente non sarebbe arrivato a Buenos Aires in tempo per l'inaugurazione dello stand e che il suo discorso, sempre nell'ambito della Fiera, l'avrebbe pronunciato in un'altra data.

Giuseppe Palmieri,  allora direttore del locale Istituto Italiano di Cultura, s'affrettò a contattarmi per chiedermi di essere pronto per parlare al posto di Calvino nel caso si fosse verificata tale eventualità. E aggiunse che, essendo la mostra dello stand italiano dedicata alla poesia, avrei dovuto limitare il mio discorso al solo poeta Dino Campana, lasciando per un’altra occasione la lettura dei miei "resoconti" sui soggiorni nel mio paese degli scrittori Gadda e Pirandello.

Salii sul palco, portando una mia versione in spagnolo del poemetto Genova.  Alzai gli occhi al momento di iniziare il mio intervento quando inaspettatamente vidi in prima fila, Italo Calvino che mi sorrideva. Non ho mai saputo perché quella sera mi era stato chiesto di sostituire uno dei primi scrittori del nostro tempo, per averlo poi davanti, tra il pubblico, come mio spettatore. 

Con brevità di parola dissi della partenza di Campana per Buenos Aires dal porto di Genova con  Leaves of  Grass in tasca  e nella cintura una pistola belga calibro 38, arma che la famiglia di Torquato Campana conservò nella casa di Marradi fino all'arrivo degli Alleati.

Evocai, con le parole del poeta, come il bastimento si allontanava dal molo, le frasi delle due povere ragazze sulla poppa: "Leggera, siamo della leggera: te non la rivedi più la lanterna di Genova!", l'arrivo del poeta allo strano porto di Buenos Aires vedendo  il  gruppo d'italiani che "...si gettano arance/ ai paesani stralunati e urlanti" e il suo probabile passaggio per il popolare "barrio" della Bocca, il quartiere più genovese di Buenos Aires, il più variopinto che i vicini marinari verniciavano con la pittura avanzata dalle navi e dove Campana avrebbe suonato il pianoforte nei suoi bordelli e imparato i primi ritmi del tango, che poi "nascose" nella poesia, Fantasia su un quadro di Ardengo Soffici.   

Ricordai allora che Ernesto Saba scrisse nel 1948 su Campana  "Era  matto e soltanto matto [ed] è stato scambiato da molti per un vero poeta".  Per smentirlo  mi misi quella sera a Buenos Aires a "solfeggiare",  come lo avrebbe fatto un  ubriaco, quelle note musicali  che Campana prese estasiato, davanti al mare di Genova, oppure andando per i vicoli del porto. "Venite  qua a Genova...e se siete un artista il mare ve lo dirà", aveva scritto a Papini nel 1913. Perché indubbiamente riteneva che è soltanto dal mare che sorge quella energia primordiale di cui lo scrittore fiorentino avrebbe potuto "inossare i suoi fantasmi", per essere un poeta.

Poiché i versi di Campana, non sono da dire, ma da solfeggiare, lessi allora in spagnolo, alcune note di Genova, quelle appunto che per non pochi rappresentano l'esempio più evidente della sua "confusione di spirito", per altri, l'espressione più alta dell'inafferrabile, del suo conferire una dimensione infinita alle cose. Quelle cose che, errante per il mondo, ha visto e a tratti ricorda, e poi fissa nel paesaggio italiano in qualche nota di canto. Perciò quella sera non recitai né dissi,  ma "solfeggiai" un frammento di Genova. 

 

 Genova (*)

 

(Fragmento)

Hacia las callejas del puerto en el ambiguo

atardecer arrojaba el viento entre los fanales

Preludios desde la maraña de las naves:

Las casas al mar presentaban blancos

Arabescos en la sombra lánguida

Y caminábamos yo y el atardecer ambiguo:

Y yo alzaba los ojos hacia arriba, hacia miles

Y miles y miles de ojos benévolos

De las Quimeras en el cielo.............

Cuando,

Melodiosamente

Desde la alta sal, el viento fingió como una blanca visión de Gracia

Como  venida desde la carrera infatigable

De las nubes y de las estrellas dentro del cielo vespertino,

Dentro la calleja marina en alta sal,...

Dentro la calleja  puesto que, rojas en alta sal

Marina, las alas rojas de los fanales

Arabescaban la sombra languida,...

Que en la calleja marina en alta sal

Que blanca y leve e implorante ascendió!

"Como en las alas rojas de los fanales

Blanca y roja en la sombra del fanal

Que blanca y leve y trémula ascendió:.."

Ahora desde entonces en lo rojo del fanal

Era ya la sombra fatigosamente

Blanca...                                                                     

 

 

 

     (Frammento) 

 

    Per i vichi marini nell'ambigua/  

    Sera cacciava il vento tra i fanali/

    Preludii dal groviglio delle navi:/

    I palazzi marini avevan bianchi/

    Arabeschi nell'ombra illanguidita/

    Ed andavamo io e la sera ambigua:/

    Ed io gli occhi alzavo su ai mille/

    E mille e mille occhi benevoli/

    Delle Chimere nei cieli:...../

    Quando,/

     Melodiosamente/

     D'alto sale, il vento come bianca finse una visione di Grazia/

     Come dalla vicenda infatigabile/

     De le nuvole e de le stelle dentro il cielo serale/

     Dentro il vico marino in alto sale,.../

     Dentro il vico ché rosse in alto sale/

     Marino l'ali rosse dei fanali/

     Rabescavano l'ombra illanguidita,.../

     Che nel vico marino, in alto sale/

     Che bianca e lieve e querula salì!/

     "Come nell'ali rosse dei fanali/

     Bianca e rossa nell'ombra del fanale/

     Che bianca e lieve e tremula salí:....."/

     Ora di già nel rosso del fanale/

      Era già l'ombra faticosamente/

      Bianca... /

 

Tra le persone  che mi strinsero la mano alla fine del mio intervento ricordo Calvino che nel farlo mi disse: "hai fatto benissimo a leggere Genova in spagnolo. Gli argentini sanno ora che voce aveva il peón de vía (**)  italiano..." .

 

 

 

Note:

 (*) Genova

 (**) Calvino faceva riferimento al titolo del mio intervento, Dino Campana, Cantos del peón de vía , cioè "Canti dello sterratore delle ferrovie" nella pampa argentina.

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